Economia circolare, un settore che vale 88 miliardi di fatturato l’anno

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È un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In una economia circolare i flussi dei materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera”. Con queste parole la Ellen MacArthur Foundation definisce il modello di economia alternativo a quello lineare, conosciuto come economia circolare. Una soluzione intelligente per trasformare il rifiuto di qualcuno in risorsa, attraverso il cambiamento dello schema basato sull’estrazione, produzione, consumo e smaltimento.

Il nuovo paradigma si basa sull’utilizzo delle fonti rinnovabili, sulla responsabilità del produttore e del consumatore nel prestare attenzione al ciclo di vita del prodotto, sulla realizzazione di prodotti innovativi, con un design fatto per durare, per essere disassemblato, per essere riciclato o riutilizzato nella sua interezza o in singole parti, e infine sulla riorganizzazione del consumo funzionale all’ottimizzazione delle risorse anche attraverso forme di economia collaborative, di sharing e condivisione dei beni. Con questo nuovo schema è possibile  creare valore economico con più lavoro e meno risorse materiale. Tuttavia non è semplice definire quali siano le attività economiche da ricomprendere nel concetto di economia circolare.

Un recente ricerca di Ambiente Italia dal titolo “L’Economia circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti“, con la collaborazione del lavoro di Gruppo Riciclo e Recupero del Kyoto Club,  e promosso da CONAI, CIAL, COMIECO, COREPLA, RICREA, oltre che dal Gruppo CAP, offre una prima rappresentazioni dei settori economici coinvolti, e individua come componenti importanti le attività industriali, commerciali e di servizi che sono finalizzate al riciclo o alla prevenzione.

Secondo lo studio, l’economia circolare vale oggi in Italia 88 miliardi di fatturato, 22 miliardi di valore aggiunto, ovvero l’1,5 per cento del valore aggiunto nazionale. E dà lavoro a 575 mila lavoratori. Numeri che equivalgono a quelli di tutto il settore energetico nazionale o di un settore come quello dell’industria tessile. Il vero motore della filiera del riciclo è l’industria manifatturiera che impiega materie seconde per i propri cicli produttivi. E comprende i recuperi “open loop” e i ricicli all’interno dello stesso ciclo produttivo.

In Italia l’impiego di materie seconde è fondamentale per molti settori manifatturieri e in particolare per alcuni settori strategici, come la produzione siderurgica e metallurgica. Ad esempio, tutto l’alluminio prodotto nel nostro Paese, oltre 900mila tonnellate nel 2017, proviene dal riciclo: il 100%. Il riciclo contribuisce, inoltre, alla riduzione delle emissioni atmosferiche, delle emissioni idriche, dei consumi elettrici e idrici. Quantificabili in 21 milioni di tonnellate di TEP, cioè circa il 12,5% della domanda italiana di energia, e 58 milioni di tonnellate di CO2 eq, cioè una quantità pari al 14,6% delle emissioni generate. La novità introdotta dallo studio riguarda i dati sull’economia della gestione del ciclo idrico. L’insieme delle attività di fornitura, distribuzione, gestione delle reti fognarie e depurazione vale un fatturato di circa 9 miliardi di euro, un valore aggiunto di 4,5 miliardi ed impiega 41.000 persone. Per indirizzare anche il ciclo idrico verso un sistema di recupero, secondo alcuni studi, occorre superare il modello lineare: estrazione, depurazione, dispersione nei corpi idrici, perché è economicamente e ambientalmente insostenibile. L’approccio migliore consiste nel far circolare l’acqua in circuiti chiusi. In questo modo l’acqua viene riutilizzata più e più volte, mantenendo il pieno valore.

Le analisi del rapporto ci dicono che l’Italia risulta essere la più performante in Europa in materia di produttività d’uso delle risorse materiali. Per ogni kg di risorsa consumata, il nostro Paese genera – a parità di potere d’acquisto (PPS) – 4 € di Pil, contro una media europea di 2,24 e valori tra 2,3 e 3,6 in tutte le altri grandi economie europee. Con il 18,5% di materia seconda sui consumi totali di materia (che includono anche biomassa e materiali energetici), inoltre, l’Italia ha una prestazione largamente superiore alla media europea nella circolarità della materia. Tuttavia, il rapporto chiarisce che manca una politica attenta all’economia circolare, perché i risultati raggiunti ancora non sono stati compresi dall’opinione pubblica e dai decision makers. In altre parole, “è un risultato che si conferma nel tempo e che, per certi versi, si accelera. Anche se sembra più il risultato di una fortunata combinazione di spinte e necessità dell’economia e di comportamenti personali, piuttosto che l’esito consapevole di politiche e culture pubbliche e private”.