Rapporto “Cambia la Terra”: l’agricoltura convenzionale inquina e viene incentivata

agricoltura industriale

Nel mondo si registrano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno e 258.000 decessi. In pratica 71.232 persone ogni giorno. Eppure la quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali vanno all’agricoltura convenzionale che utilizza diserbanti, fertilizzanti sintetici e sostanze chimiche.

Secondo il Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre il Pianeta)”, realizzato con il contributo di ISDE, FederBio, Lipu, ISPRA, WWF, Legambiente, su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. Su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse. Il Rapporto dimostra che i pesticidi sono uno dei principali fattori che influiscono sulla diversità biologica, insieme alla perdita di habitat e ai cambiamenti climatici. Possono avere effetti tossici a breve termine in organismi direttamente esposti o effetti a lungo termine provocando cambiamenti nell’habitat e nella catena alimentare.

Cambia lo scenario se prendiamo in considerazione l’agricoltura biologica. Eliminare la chimica di sintesi nei sistemi di coltivazione, infatti, favorisce la riduzione della domanda di energia fossile, contribuisce all’aumento delle autodifese naturali della pianta e alla riduzione dei consumi d’acqua. Secondo i dati pubblicati dal Rodale Institute nel 2011, i sistemi di agricoltura biologica utilizzano il 45% in meno di energia rispetto a quelli convenzionali e producono il 40% in meno di gas serra rispetto all’agricoltura basata su metodi convenzionali. Inoltre, l’agricoltura industriale basata sull’uso di concimi e pesticidi di sintesi chimica offre minori opportunità di lavoro nelle aree rurali e minor reddito per gli agricoltori rispetto al biologico.

Eppure i produttori biologici devono sostenere costi enormi. E in questo modo chi inquina non paga. “In altre parole –  ha detto   Maria Grazia Mammuccini di FederBio – gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi”. Non è infatti il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi, con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi.

Secondo le associazioni che hanno contribuito alla realizzazione del Rapporto, che verrà presentato il 27 novembre alla Camera, occorre una stima precisa e aggiornata dei costi che i cittadini europei pagano sul piano sanitario, sul piano della diminuzione della crescita economica e del prelievo fiscale, a causa di un modello agricolo che produce un forte impatto sull’ambiente. Occorre, in altri termini, un vero e proprio cambio di mentalità e d’approccio, attraverso il quale nei processi di valutazione e autorizzazione all’uso dei pesticidi venga sempre messa al primo posto la salute dei cittadini e dell’ambiente applicando il principio di precauzione sancito, e purtroppo scarsamente applicato, dalle normative europee.

Il Rapporto suggerisce che la Politica agricola comune (PAC) dovrà rinnovare le proprie strategie e promuovere  un nuovo modello agricolo basato sui principi dell’agroecologia, di cui l’agricoltura biologica è l’applicazione concreta più diffusa, per assicurare che con i fondi pubblici siano premiate le aziende agricole più virtuose, che producono maggiori benefici per la società: cibo sano, tutela dell’ambiente e della biodiversità, manutenzione del territorio, salvaguardia del paesaggio, mantenimento della fertilità del suolo e mitigazione dei cambiamenti climatici. Infine, anche il Piano d’Azione Nazionale (PAN) attualmente in vigore in Italia dovrebbe essere modificato, perché non ha definito obiettivi quantitativi vincolanti di riduzione dei pesticidi, compreso l’obiettivo della sostituzione totale con metodi non chimici per le aree più vulnerabili identificate dal piano, come invece previsto dalla Direttiva UE/2009/128/CE.