Siamo anche quello che diciamo. Le parole contano!

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parole

Presso le antiche società, il linguaggio era un indicatore di civiltà (si pensi ai barbari che venivano stigmatizzati a causa di un linguaggio poco evoluto) e di buona educazione (si pensi all’uso affettato e un po’ stucchevole con cui dovevano esprimersi donne e uomini dell’alta società). Gli egizi vedevano nella parola scritta, detta geroglifica, una sacralità rivelatrice della volontà degli dei tanto che solo ai sacerdoti era dato utilizzarla. Anche nella religione Cristiana Dio si fa verbum, cioè parola.

Le parole rappresentano l’universo linguistico dell’essere umano e sono tanti gli studiosi che studiano il complesso processo di formazione delle parole e del linguaggio e il fenomeno dell’espressione linguistica in una dimensione storica e sociologica. Spiegare come sia avvenuto che gli uomini hanno stabilito e condiviso il significato delle parole è un fatto assolutamente straordinario e per molti versi ancora difficile da ricostruire.

Il linguaggio verbale è uno strumento duttile, flessibile, adattabile alle diverse situazioni comunicative. Il nostro patrimonio linguistico è ricchissimo di vocaboli frutto di una lunghissima storia (dalle parole di derivazione latina e greca a quelle di derivazione francese, spagnola, araba, longobarda). Inoltre ci si imbatte nella varietà di significati e di rapporti tra parole (sinonimia, antinomia, inclusione, ecc.) che rendono la lingua italiana una delle più vaste e articolate al mondo. Per non parlare dei tantissimi idiomi e dialetti diffusi sul territorio nazionale, ciascuno coi propri vocaboli e con una specifica dizione.

Certo la lingua è “materia viva” che si storicizza, modificandosi nel tempo. L’avvento della società tecnologica, che ha alla base un sistema di comunicazione semplificato e necessariamente stringato, ha un po’ impoverito le tante possibilità d’uso delle parole. E come affiliati del Manifesto futurista di Marinetti, via accenti e apostrofi, via maiuscole e punteggiatura, sì a simboli ed abbreviazioni. Così a scuola c’è da riconciliare i giovani con uno statuto di lingua che, lungi dal voler essere rigido ed antiquato, deve però almeno lasciar sopravvivere regole di una lingua codificata che altrimenti scomparirebbe.

Ma un aspetto ancora più importante di quello relativo al significato delle parole è quello che riguarda il valore delle parole.

In numerosi proverbi si ricorda l’importanza della parola (“essere di parola”, “dare la parola”, oppure, ad evidenziare aspetti meno pregevoli della persona “non essere di parola”, “fare un castello di parole”). Anche nelle canzoni ricorrono titoli che esaltano il valore “affettivo” delle parole nella vita di relazione.

Le parole sono potenti: lusingano, conquistano, seducono, blandiscono, tranquillizzano, tormentano, feriscono. Rappresentano la realtà, costruiscono l’immaginario e, secondo alcuni intellettuali, sono perfino magiche, rivelano l’ignoto. Le parole dunque hanno un peso, uno spessore. Da qui la necessità di sceglierle con cura. E di questa esigenza tutti dovremmo farci unanimemente interpreti. Capita spesso infatti di assistere ad autentici turpiloqui: nelle aule delle scuole, nei luoghi pubblici, in TV e sui tanto frequentati Social. E’ questa una conseguenza proprio del fatto che si dà poco valore alle parole che vengono usate con minore consapevolezza della stessa intenzionalità con cui vengono proferite e con accresciuto senso di deresponsabilizzazione. Ciò succede anche perché probabilmente ci stiamo assuefacendo ad un linguaggio talvollta violento ed indiscriminato. Ad esempio si usano con disinvoltura epiteti dispregiativi (razzisti, sessisti, omofobi, antisemiti, bullistici) senza troppo pensare a come quelle parole feriscano, incidendo sull’autostima e sull’emotività della persona a cui sono destinate. Di questi episodi sono purtroppo piene le cronache e non di rado dalle parole si passa a brutali aggressioni fisiche.

Navigando in rete ho scovato un progetto interessante: il  progetto Condicio, condiviso tra diverse università italiane, ha realizzato un software che riceve tweet da persone che segnalano l’uso di un linguaggio carico di parole offensive e lesive della reputazione, definite come “parole sensibili”. Lo studio, i cui esiti vengono presentati nelle scuole in forma di prevenzione, ha permesso di geolocalizzare i tweet per realizzare la prima Mappa dell’Intolleranza italiana, e ha messo in evidenza risultati interessanti, come l’aumento di casi di femminicidio in corrispondenza di massima segnalazione delle aberranti espressioni.

L’allarme è grande e il problema non deve essere sottovalutato. Così è forse il caso di recuperare alcuni metodi educativi del passato, quando subivamo ferme reprimenda se, ancorché inconsapevoli, ci scappava la parolaccia.

Anche la scuola può fare molto: a parte non tollerare l’uso di un linguaggio improprio, può educare all’ammirazione della parola bella, nel suono e nell’aspetto (oltre che nel significato) e all’estetica del linguaggio attraverso la lettura di pagine d’autore, autentiche opere d’arte letteraria, avvicinando di più gli studenti alla poesia, genere spesso poco apprezzato, che fa scoprire ai giovani il valore etico del linguaggio.

A tal proposito mi viene in mente la lettura della Divina Commedia del premio Nobel R. Benigni o le sue lezioni sulla Costituzione, dal titolo “La più bella” in cui, col fervore che sempre lo contraddistingue, ha dimostrato come ogni parola è stata scelta dal suo autore con estrema cura e non solo per quello che significa ma anche per le meravigliose suggestioni che produce. Superando cioè una visione soltanto “utilitaristica” delle parole (ci servono per riferirci alle cose), esse possono caricarsi di significati aggiunti che conferiscono valore e pregevolezza al linguaggio. Il linguaggio gentile può così sconfiggere le pericolose velleità di un linguaggio turpe ed immorale.

Autore: Emilia Tanno