Architettura ostile: guerra ai poveri o decoro urbano?

L'architettura ostile è una tendenza di progettazione urbana in cui gli spazi pubblici sono costruiti per scoraggiare la gente dall'usarli in un modo non inteso dal progettista. I critici sostengono che tali misure rafforzano le divisioni sociali e creano problemi specialmente agli anziani, alle persone con disabilità e ai bambini. Tali architetture hanno causato seri problemi ai senza tetto che, per esempio, utilizzano le panchine e gli spazi sottostanti i ponti per poter trascorrere la notte. Negli ultimi anni, la pressione dell’opinione pubblica ha spinto alla rimozione di tali strategie "anti homeless". Anche a Roma ci sono state proteste da parte del gruppo Baobab Experience che, per protesta, ha segato la sbarra di una panchina, lasciando un messaggio: Più de còre, meno decoro.

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Esiste davvero ciò che viene definita architettura ostile, oppure è un’invenzione dei media? Esistono davvero panchine pubbliche e altre attrezzature urbane che possono rientrare in questa tipologia di architettura? Il discorso ricorrente sull’argomento è stato in grado di generare due schieramenti: da un lato c’è chi sostiene che tali architetture servano solo a mantenere una sorta di decoro urbano, in modo tale da evitare un uso diverso rispetto a quello proprio, mentre, dall’altro lato, c’è chi sostiene che si tratti semplicemente di una guerra ai poveri in quanto, ed è sotto gli occhi di tutti, panche e altre attrezzature urbane sono un modo per far fronte al problema sociale dei senza tetto: chi, purtroppo, non possiede un tetto vero deve, necessariamente, crearsi un punto d’appoggio, per dormire, per riposare, per vivere in generale. Quella di utilizzare le attrezzature pubbliche, se non si possiede una casa e nessuno trova strategie funzionali a questo problema, è l’unica soluzione.  Di questa tipologia di attrezzature ce ne sono sempre di più anche in  Italia; dal luglio 2008 le amministrazioni locali hanno pensato di installarne svariate nei posti che, in genere, fungevano da “tetto” a chi non ne possiede uno vero. Ma ce ne sono sempre di più nel mondo: da Washington D.C. a Budapest, da Oslo a Madrid, da Tokyo a Parigi. Un importante report su 187 città statunitensi ha evidenziato un aumento dei divieti relativi all’uso dello spazio pubblico, tra il 2011 e il 2015, pari al 43%. In Italia a prendere questa direzione è stato, per primo, Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso per un decennio. Nel 1997 fece rimuovere alcune panchine del centro perché non ci dormissero i senza tetto. In molti, tra i primi cittadini italiani, seguirono l’esempio del sindaco di Treviso, quindi vennero tolte le panchine o rese indisponibili. A Trieste addirittura vennero tagliate con la sega elettrica le panchine di una piazza. Nel 2007 a Belluno sono state introdotte, nell’arredo urbano, panchine con il bracciolo divisorio. E in fretta le amministrazioni di parecchie città, grandi e piccole, hanno sperimentato questa  iniziativa, che piaccia o no. Tutto questo ha sollevato la sensibilità dei cittadini in Italia, ma anche all’estero, che hanno organizzato manifestazioni contro tali decisioni. Se fosse davvero una strategia contro i senza tetto, bisogna sempre tener conto che la povertà non è una colpa del soggetto costretto a vivere ai margini; alle spalle di questa condizione ci sono storie di vita, di lavoro e di salute. I soggetti deboli meritano di essere considerati in quanto persone e non accantonati ai margini della società, condannati all’abbrutimento del proprio essere.