Curarsi costa troppo, 1, 1 milioni di famiglie rinunciano

Sono 4,5 milioni le famiglie italiane che hanno cercato di limitare le spese per motivi economici, e di queste 1,1 milioni le hanno annullate del tutto. A rivelarlo è l’ultimo rapporto Crea-Sanità dell’Università Tor Vergata di Roma. Ad essere colpito è soprattutto il Mezzogiorno (5,6% delle famiglie), seguita dal Centro (5,1%), dal Nord-Ovest (3,0%) e dal Nord-Est (2,8%). Rispetto all’anno precedente si è registrata una riduzione del disagio nelle Regioni del Centro e del Nord ed un sensibile aumento in quelle del Sud, in particolare in Calabria e Sicilia. Al contrario in Trentino Alto Adige, dove solo il 2,3% delle famiglie residenti è in condizioni di disagio economico dovuto ai consumi sanitari, e la Lombardia con il 3,1%.  In Sicilia 69 mila famiglie nel 2016 si sono rovinate per sostenere spese sanitarie, a fronte di 4.800 famiglia finite nell’area di povertà in Piemonte.

Il divario fra il Nord e il Sud arriva a coinvolgere anche l’aspettativa di vita, con oltre un anno di svantaggio per le regioni del Mezzogiorno; prosegue per la cronicità e la disabilità, malgrado quelle del Sud siano regioni con una popolazione mediamente più giovane, per le quali (in fase di finanziamento) si presuppone un minor assorbimento di risorse. I soldi stanziati dai governi per la sanità pubblica sono diminuiti. Il gap tra il nostro Paese e l’Unione europea è aumentato: spendiamo il 36,8% in meno. Tuttavia, secondo il Rapporto bisogna porre un argine ad alcune incomprensioni sul Sistema Sanitario e sulle prestazioni. A partire dalle liste di attesa, che vengono percepite dai cittadini come inefficienze del sistema, mentre sono, in buona misura, una difesa messa in atto dal sistema per evitare la proliferazione di prestazioni che, in quanto non urgenti, sono anche a rischio di non risultare opportune. E a chi osserva che “se le prestazioni sono inappropriate, non dovrebbero proprio essere prescritte”, i ricercatori rispondono: “A parte la complessità crescente del rapporto medico-paziente, per cui la prescrizione non è più un atto unilaterale, rimane il fatto che questa visione appare semplicistica perché sconta una visione deterministica delle decisioni; e questo determinismo in Sanità semplicemente non esiste. Se si volessero uguagliare le condizioni di accesso, basterebbe sancire che dopo un certo numero di giorni di attesa i cittadini hanno diritto di effettuare la prestazione in regime di indiretta, ricevendo poi il rimborso della prestazione”.

Un’ulteriore questione riguarda la compartecipazione alle spese sanitarie, che per certe famiglie è causa di impoverimento. “Le compartecipazioni sono ingegnerizzate molto male: quelle fisse sulle ricette, per di più non esenti, sono la causa primaria di impoverimento. I ticket sulle prestazioni specialistiche hanno messo, in più di qualche caso, fuori mercato il Ssn”.

L’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP) ha rilevato che 1 caso su 4, tenta, direttamente, la strada del Pronto Soccorso come soluzione per ridurre i tempi di accesso a visite, accertamenti diagnostici e ricoveri, con tutte le conseguenze negative che ne derivano rispetto all’affollamento degli ospedali, costretti a far fronte a un numero crescente di pazienti, in molti casi senza avere le risorse e gli strumenti adeguati. Con questo escamotage aumentano le ore di attesa,in media tra le 3 e le 10 ore prima di essere visitati.