Dati sensibili e web: sappiamo davvero cosa stiamo facendo? I consigli dell’esperto

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Tag, app, condivisioni, link, post sono diventati termini che fanno parte del nostro linguaggio quotidiano. Comunichiamo con Whatsapp, condividiamo le nostre foto su Instagram, cinguettiamo su Twitter e, praticamente, viviamo su Facebook. Ma con quanta consapevolezza facciamo tutto ciò? Cosa accade alle nostre foto, alle nostre conversazioni e ai nostri dati quando li immettiamo in rete e ci “logghiamo” su un sito o su un social network?

Parlare di privacy e protezione dei dati personali nell’epoca dei social media è quanto mai importante, anche alla luce delle ultime vicende legate alla violazione di oltre 50 milioni di account Facebook da parte di un attacco hacker ed è di ieri la notizia della compravendita, sul cosiddetto dark web, dei dati trafugati con un prezzo per ciascun account che va dai 3 ai 12 dollari.

Per cercare di capire come destreggiarci nel non semplice tema della privacy e al contempo sapere quali sono gli strumenti e le strategie per tutelarci abbiamo intervistato Stefano Pacitti, titolare dell’omonimo studio di consulenza del lavoro ed esperto di privacy.

Innanzitutto cerchiamo di dare una definizione di privacy.

Nel corso degli anni è mutato il significato di privacy perché è cambiato il contesto e soprattutto l’approccio ai dati da parte delle aziende, della pubblica amministrazione e da parte degli stessi interessati. Nel 1890 la privacy garantiva il diritto di essere lasciati soli, “the right to be left alone”, nel 2018 la privacy garantisce il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata nonché il diritto alla protezione dei dati mediante il pieno controllo attuato con gli strumenti messi a disposizione del legislatore.

Un evidente cambiamento dunque, visto che con i social “essere lasciati soli” è pressoché impossibile. Quindi come la nozione di privacy si è evoluta nel tempo e soprattutto nell’era dei social media?

Con l’avvento dei social media tutte le regole in materia di privacy hanno avuto uno stravolgimento che nemmeno il legislatore si sarebbe aspettato. La direttiva 95/46/CE, nata agli inizi degli anni 90, non poteva minimamente immaginare che avrebbe dovuto confrontarsi con fenomeni come internet, le app, i dispositivi portatili, il cloud, i social network fino agli attuali scenari dell’internet delle cose, dell’informatica indossabile o persino ingeribile. Il mercato dei dati personali europei ha raggiunto i 300 miliardi di euro nel 2016 con previsioni votate al raddoppio nel 2020. Il mercato dei dati rappresenterà il 4% del Pil dell’Unione Europea. Il nuovo “petrolio” sono i dati: la circolazione, l’estrazione, il raffronto, il tracciamento (il trattamento) genera continuo valore aggiunto.

Numeri importanti e prospettive che impensieriscono gli utenti. Ma chi vigila sul rispetto di questa normativa?

Il pericolo che terzi si possano impossessare dei nostri dati dovrebbe indurci a vigilare sulle nostre azioni.  Le autorità di controllo nazionali ed europee tentano di arginare i fenomeni di illecito trattamento dei dati, ma dobbiamo imparare a proteggerci da soli soprattutto nel mondo virtuale.

Volendo dare un’idea di quello che accade sul web quali sono i meccanismi che si innescano una volta che inseriamo i nostri dati su un portale o social network?

Le regole del web non seguono quelle della vita reale: ogni volta che apriamo una mail, ogni volta che accediamo al nostro conto corrente, ogni acquisto on-line è monitorato da qualcuno che legge, analizza, gestisce e non sempre va a verificare se è stato acquisito il nostro consenso. Ciò che apparentemente ci viene fornito gratis non è altro che un servizio che paghiamo con la comunicazione dei nostri dati personali.

I nostri dati si configurano quindi come la moneta di scambio attraverso la quale fruiamo dei servizi on line. Quali sono, a questo punto, i maggiori rischi connessi alla diffusione di dati sensibili sui social?

I rischi legati alla diffusione di dati sensibili sono enormi ed inimmaginabili. La pubblicazione di dati sensibili può ledere irreparabilmente la dignità degli individui, a volte anche in maniera irreparabile. Basti pensare ai casi di suicidio apparsi sulle cronache nazionali e generati dalla pubblicazione/diffusione di video effettuati tra partner.

Come vanno gestiti i contenuti che interessano i minori, in particolare le foto?

La tutela dei minori è consacrata nella costituzione e garantita dalla legislazione ordinaria civile e penale. La convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza stabilisce che nessun bambino può essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegali che ledano la sua vita privata, la sua famiglia, la sua casa, il suo onore o la sua reputazione. La nostra autorità di controllo nazionale ha assunto una posizione netta: la tutela del minore immortalato in una foto deve essere rispettata in qualunque ambito della vita quotidiana; ciò vale per le testate giornalistiche, per i genitori. I social hanno amplificato il fenomeno della diffusione dei dati dei minori: una foto pubblicata sul social network può essere utilizzata da chiunque senza alcuna possibilità di controllo. Esistono casi di genitori che si sono ritrovati le immagini dei propri figli pubblicare su rotocalchi e siti di varia natura.

In che modo l’utente può tutelarsi da tutto ciò?

Impariamo a tutelare le nostre informazioni personali provando ad esporle in misura proporzionata rispetto alle finalità che ci prefiggiamo. Se non riusciamo a resistere alla tentazione di iscriverci su un determinato social o e se l’applicazione per lo smartphone ci richiede la registrazione obbligatoria, proviamo ad inserire i dati strettamente necessari senza compilare i campi non obbligatori. Se il fornitore ci costringe a fornire dati non pertinenti rispetto alle finalità vuol dire che sta operando senza l’adozione dei principi del GDPR (privacy by design) e pertanto va sostituito con un operatore maggiormente affidabile. Invito i fruitori dei social ed i logo genitori a leggere il contributo messo a disposizione dalla nostra autorità garante sul proprio sito internet.

Qualche consiglio per un uso più consapevole e sicuro dei social network?

Bisogna creare e sostenere una cultura della protezione dei dati per essere liberi; è uno sforzo quotidiano che si concretizza con il nostro stile di vita. In base alle scelte che facciamo ogni giorno determiniamo quanto essere liberi in base alle nostre inclinazioni generali e personali.

Il Colibrì ringrazia Stefano Pacitti per la disponibilità e per la precisione e l’approfondimento con i quali ha fornito a tutti i nostri lettori qualche strumento in più per approcciarsi con maggiore consapevolezza e prudenza all’uso dei social e alla gestione dei propri dati personali.