Investire nella formazione specialistica: perché laurea e master rappresentano ancora obiettivi fondamentali

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Il 2018 è giunto al giro di boa e così è già tempo di bilanci per l’economia nazionale e, soprattutto, per l’ancora incerto stato del mercato del lavoro tricolore.

I primi sei mesi dell’anno sono stati caratterizzati da opposte tendenze: se da un lato l’occupazione è tornata a crescere confermando il trend positivo degli ultimi anni, dall’altro si è registrato un nuovo boom delle assunzioni con contratti a tempo determinato, ulteriore riprova di una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro che oggi incide pesantemente sulle scelte di vita di giovani e meno giovani e, di conseguenza, anche sulla vitalità dell’economia italiana.

Il valore dei percorsi di specializzazione

Mentre Governo e Parlamento sono al lavoro sul tanto discusso “Decreto Dignità”, buone notizie giungono dall’analisi dell’annuale rapporto sulle condizioni occupazionali dei neolaureati, stilato dall’associazione AlmaLaurea: a dispetto di molti luoghi comuni, l’istruzione di alto livello torna ad affermarsi come l’unico strumento davvero in grado di assicurare un rapido accesso al mondo del lavoro e una carriera professionale ricca di soddisfazioni.

Di seguito, proponiamo una rapida analisi dei dati Istat e AlmaLaurea su stato del mercato del lavoro e prospettive occupazionali dei giovani dottori, analizzando anche la crescita della partecipazione a percorsi di studio post-laurea e focalizzando l’attenzione sull’interessante caso dei master in paghe e contributi tenuti dalle Business School, un esempio pratico di come un progressivo affinamento delle conoscenze teoriche e operative contribuisca alla definizione di una figura professionale di sicuro successo.

I dati Istat sul mercato del lavoro

Lo scorso maggio, in Italia il tasso di disoccupazione si attestava attorno al 10,7%, il valore più basso toccato a partire dall’estate del 2012, quando sotto i colpi della crisi il numero dei senza lavoro aveva iniziato a registrare una spaventosa crescita.

Consultando il report Occupati e Disoccupati realizzato dall’Istat, emerge che il numero dei contratti sarebbe cresciuto di ben 457.000 unità tra il maggio del 2017 e quello del 2018, con un aumento del tasso di occupazione di quasi due punti percentuali.

Questi risultati, in apparenza ottimi, a ben vedere celano una realtà diversa: quella di un mondo del lavoro dove la precarietà è divenuta la regola, mentre il sogno del “posto fisso” una vera e propria utopia. Infatti, mentre il numero dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato rimaneva pressoché stabile e quello degli autonomi addirittura si riduceva, a giustificare il calo della disoccupazione era il boom di dipendenti con contratti a scadenza.

Numeri in chiaroscuro anche sul versante del profilo demografico dei nuovi assunti: mentre i lavoratori ultracinquantenni nel periodo considerato erano in crescita di 468.000 unità, quelli appartenenti alla fascia dei giovani (ovvero con età compresa tra i 15 e i 34 anni) aumentavano di meno di un quarto, mentre, con 116.000 occupati in meno, i lavoratori con età compresa tra 35 e 49 anni erano addirittura in calo.

Il report AlmaLaurea sui giovani laureati

Se i dati generali relativi al mondo del lavoro italiano evidenziano una situazione in miglioramento ma ancora caratterizzata da forti contraddizioni, importanti conferme arrivano sul fronte della validità dei titoli di studio universitari e, più in generale, della formazione specialistica, che oggi come ieri continua davvero a rappresentare la carta vincente per porre le basi di una solida carriera.

Il dato generale che emerge dall’annuale rapporto di AlmaLaurea è forse il più indicativo: in media, l’85% dei laureati è impegnato in un’attività lavorativa a tre anni dalla discussione della tesi, con retribuzioni mensili nette che si attestano attorno ai 1.300 euro.

Va da sé, naturalmente, che il dato medio non rappresenta la condizione generale dei neodottori per tutte le classi di laurea: a riprova di un luogo comune che, almeno in questo caso, trova effettivamente qualche fondamento, i percorsi di studio in ambito scientifico sembrano premiare maggiormente in termini di accesso al mercato del lavoro e possibilità di carriera, mentre al contrario i corsi di stampo umanistico soffrirebbero di una minore spendibilità.

Quanto affermato appare palese quando si considerano i due estremi nella graduatoria delle lauree che offrono le migliori chance occupazionali e le retribuzioni maggiori a distanza di tre anni dal conseguimento del titolo: in fondo alla classifica figurano i laureati in giurisprudenza, che risultano regolarmente occupati solo nel 55% dei casi, con stipendi mensili netti che si collocano attorno ai 1.000 euro; viceversa, appare emblematica la figura dei dottori specializzati in sicurezza informatica, occupati nel 100% dei casi, con buste paga pari mediamente a 1.823 euro.

Lauree scientifiche e umanistiche: colmare il gap attraverso i corsi di master

Più in generale, una simile discrepanza si osserva tra corsi di laurea quali lettere, lingue, psicologia, sociologia e scienze politiche, da un lato, e fisica, chimica, matematica, scienze mediche e ingegneria dall’altro.

Esistono dunque ambiti di formazione nei quali è indiscutibilmente preferibile investire e, al contrario, altri da evitare? In realtà, le cose non stanno proprio così: a far la differenza, sempre più spesso, è la scelta di proseguire il proprio percorso di specializzazione, partecipando a quei master post-laurea che si pongono come obiettivo non solo quello di affinare le conoscenze teoriche dello studente, ma anche quello di sostenere il professionista nello sviluppo di reali competenze operative.

All’offerta erogata dalle università, da anni si è affiancata quella di enti privati quali le sempre più affermate Business School, realtà che conquistano consensi grazie a percorsi formativi attentamente progettati e orientati a fornire al discente tutti gli strumenti teorici e pratici utili per favorire un immediato ingresso in azienda tanto quanto l’attività di libero professionista: i corsi, in genere organizzati in moduli, sono aperti sia ai dottori freschi di diploma di laurea che ai professionisti con dimostrata esperienza nel settore e tenuti da una faculty composta da professori, esperti del settore ma anche imprenditori pronti a condividere tutto il proprio know-how.

In cosa i metodi didattici delle Business School si differenziano da quelli dei tradizionali master post-universitari? In primis nell’attenzione alle reali esigenze del mercato del lavoro: l’obiettivo dichiarato è quello di formare le esatte figure professionali richieste dai recruiter, come nel già citato caso dei corsi di master in paghe e contributi, puntando su una forte settorializzazione degli insegnamenti e sul ricorso a metodi di apprendimento innovativi, basati su esercitazioni, analisi di casi di studio, esperimenti di role playing e ore dedicate all’uso dei software e dei tool informatici divenuti fulcro delle varie aree di specializzazione.

Conclusione

Il costante impegno nella formazione e l’investimento nello sviluppo di nuove skill, in ogni fase della propria carriera accademica e lavorativa, restano, come confermato dai dati visti in precedenza, le più efficaci armi per contrastare le crescenti difficoltà del mercato del lavoro italiano.