ll lavoro precario e le conseguenze sulle persone: aspettative fallite, stress e paura

Quella italiana, in tema di occupazione e lavoro, è una situazione complessa: contratti che scadono, occupazioni provvisorie e mal retribuite, scarso riconoscimento di meriti, difficoltà a programmare il proprio futuro non oltre i dodici mesi, nell’ipotesi più rosea.

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La maggior parte delle storie lavorative attuali sono tutte all’insegna della precarietà: difficile, se non si ha una famiglia facoltosa alle spalle, fare progetti, pensare a una famiglia, a una casa, a un futuro. E i risultati sulla nostra psiche non tardano ad arrivare. I sintomi sono quasi gli stessi e si riconoscono in stress, ansia, insoddisfazione, notti in bianco, attacchi di panico. Nei casi peggiori depressione e senso di fallimento.

La casa editrice Laterza ha dedicato un testo all’argomento, intitolato Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario. L’autore, Luciano Gallino, parla dei costi personali, lavorativi e sociali del precariato di quella sensazione secondo la quale la propria esistenza dipenda da altri. Sembra quasi che il lavoro in Italia non rappresenti più un diritto e che, allo stesso tempo, il lavoro a questa condizione è l’unica certezza che coinvolge un gran numero di persone. I più fortunati hanno avuto le famiglie che si sono sostituite allo stipendio non pieno e laddove non è stato possibile, per molti si è tradotto in un vero e proprio mal di precariato con conseguenze  drastiche sull’esistenza del soggetto.

Tutto si può riassumere nella frase:voglio lavorare ma devono anche mettermi nelle condizioni di poterlo fare“.

Poche parole, ma incisive. Lavorare da precari significa vivere da precari. E questo porta a lungo andare ad una grande fatica emotiva e relazionale. Significa rimanere bloccati nel presente in un continuo compromesso con le emergenze quotidiane. La sensazione pervasiva è  quella di una costante preoccupazione che nel tempo si traduce in noia ed umore depresso. Cambiare spesso lavoro vuol dire cambiare luoghi e persone di riferimento, abituarsi a nuovi contesti e rivedere continuamente se stessi ed il proprio futuro. Questo ha una  conseguenza sulle relazioni, sugli affetti e sui sentimenti che diventano precari: il rischio è quello della depressione, se non ci sono risorse emotive a sostenere chi si trova in difficoltà. È come se chi è precario da molto tempo rallenta il costituirsi di un’identità solida: non sa bene chi è e cosa farà. Nei meno giovani, rimane l’amarezza di condurre una vita poco dignitosa e non linea con le proprie aspettative. La precarietà lavorativa, quando non è frutto di una libera scelta, comporta un costo piuttosto alto da pagare sul piano personale: paura del futuro, angoscia, mancanza di autostima e  indebolimento del senso di auto efficacia.

Cosa comporta questo e come si ripercuote sulla salute fisica delle persone?

C.P., 27 anni, di Campobasso, laureata un anno fa in Lettere e Beni Culturali, ci racconta che stare un anno senza fare nulla, attaccata giornate intere al PC, candidandosi ad annunci di lavoro, le ha portato a chiudersi in casa e al non riuscire ad uscire. Il fatto di stare tra la gente le dà ansia. Alla mia domanda sul perché le metta ansia condurre una vita sociale, la risposta è stata: “mi spavento delle domande della gente con il solito: e ora che fai, stai lavorando?”. Non sono contenta, anzi, mi deprimo ogni giorno di più. Voglio andare da qualcuno che mi aiuti, ma non ho il coraggio nemmeno di affrontare questo.

Lidia, 31 anni, Benevento, laurea in Psicologia, dice che nel post laurea e dopo l’esame di abilitazione, ha trascorso i due anni più brutti della sua vita. Tanti colloqui, tanti curriculum inviati e ogni volta c’era sempre qualcosa che non andava. Poi caso volle che una mia collega Psicologa mi indirizzò in uno studio privato che aveva bisogno di una nuova figura. Fui felice e lo sono tutt’ora, ma non posso mai dimenticare i due anni più bui della mia vita. Spesso ho delle giovani pazienti che hanno le mie stesse paure, provano quello che provavo io. Da specialista cerco di aiutarle in maniera professionale, sicuramente. Ma amichevolmente ricordo loro anche la mia esperienza, per quanto ogni esperienza, nella sua singolarità, è differente dall’altra

F.T., 29 anni, provincia di Campobasso, ci racconta una storia di ordinaria quotidianità, quella del “lavoro gratis” e a nero. Dopo essersi laureata a Roma in Lettere moderne, decide di svolgere uno stage nell’ambito editoriale, in Umbria.

“Lo stage prevedeva un tempo di sei mesi, con un rimborso spese. Inutile dire che non riuscivo nemmeno a pagare l’affitto. Finito il periodo di stage, nel Luglio 2016, il “capo” mi dice che da settembre potevo iniziare a lavorare sul serio. Dopo le vacanze estive torno in Umbria e inizio a lavorare senza nessuna forma di contratto e alle mie domande lui rispondeva che era solo questione di tempo e che, appena avrebbe regolarizzato l’assunzione, mi avrebbe pagata. Arrivai a Natale e non c’erano tracce né del contratto, né dei pagamenti, mi assicurò che nel gennaio 2017 avrebbe risolto. Arrivò marzo, ero stanca. Dopo una violenta litigata e dopo che mi disse che c’era gente che faceva la fila per quel lavoro, mi svegliai il giorno seguente, andai in questura e lo denunciai, senza avere nessun ripensamento. Per il lavoro dei sogni si farebbe di tutto, ma sempre nel rispetto della propria persona. Ero solo arrabbiata. Andai via e tornai a Campobasso. Sono in attesa del famoso concorso per docenti che, pare, dovrebbe essere bandito presto. Sono triste ed amareggiata per non sentirmi abbastanza, anche se non è colpa mia, ma spero che un giorno riuscirò a lavorare e ad avere un contratto stabile, in fondo non sto pretendendo nulla di surreale. Anche se pare che il lavoro nel proprio ambito, che gratifica gli studi fatti e il proprio animo, sia diventato davvero surreale.

Queste tre dichiarazioni sono realtà quotidiane, da raccontare e mai da sottovalutare. Lo sfruttamento, il lavoro malpagato e il precariato generale sono situazioni che dilagano nel mondo lavorativo attuale. Se, al momento, non c’è una soluzione, la cosa più sbagliata da fare è chiudersi in sé, lasciando che le paure e le ingiustizie abbiano la meglio su di noi.