L’ultima spiaggia al tempo del Coronavirus

anziani nelle strutture

Si firma come “Una figlia e mamma molisana” e racconta la storia di un rapporto forte, vivo ed oggi particolarmente triste. Una realtà non facile, quella dell’invecchiamento nella malattia, resa ancora più pesante dall’emergenza Covid-19.

Pubblichiamo con piacere questa lettera perché, siamo convinti, mai come in questo momento abbiamo bisogno di comprendere che cosa significa, per tanti, essere vittima indiretta di questo feroce virus. E di apprezzare chi, senza attaccare alcuno e con lucida rassegnazione, traccia un quadro di sentimenti umani tanto duro quanto vero, genuino.

Una voce che si racconta, che riporta le imprevedibili evoluzioni della vita. Una voce che potrebbe essere quella di tante altre persone…

Ho 61 anni e la mia mamma è ricoverata in una casa di riposo da quattro anni. Doveva essere solo per poco tempo ma così non è stato. In breve racconto la sua vita.

Sposata giovanissima e bellissima con il mio papà giovanissimo e bellissimo nel 1954/55. Dopo appena un anno di matrimonio, nel loro piccolo appartamento è scoppiata la bombola del gas. Da quel giorno è cominciato il suo calvario. Non sentiva molto bene ma continuava comunque il suo lavoro da sarta. Poi un raffreddore mal curato le ha procurato un acufene. Ricordo come se fosse ora i suoi pianti per questo rumore continuo che non la lasciava né notte né giorno. Poi siamo arrivati noi 4 figli e si prendeva cura anche dei suoceri e i genitori.

Ma non bastava ancora. Mio padre durante la guerra si era ammalato e non essendoci medicine per curarlo il cuore ne ha risentito. Ma non si è mai perso d’animo. E’ andato in Svizzera a lavorare, poi con i miei fratelli in America, dove è stato operato una prima volta e fatto rientrare in Italia.

Dicevo la mia mamma… aveva una lavanderia, lei stirava, cuciva, nessuno mai si è riportato a casa un capo senza un bottone o un rammendo, mio padre intratteneva i clienti e anche questi non andavano via se non dopo un caffè, un dolce, un liquore. Dopo la morte di mio padre, giorno del loro anniversario di nozze, che era il suo fulcro le cose sono precipitate. Lei non ha versato una lacrima, dava forza e coraggio a noi, ma dentro soffriva molto. Non aveva più nessuno a cui appoggiarsi, aveva perso il suo compagno di vita, amico, confidente. Per il suo problema d’udito non poteva stare sola, quindi per primo è andato ad abitare con lei mio fratello con moglie e figlio e hanno portato avanti il lavoro della lavanderia, in seguito rilevata da mia cognata. In un secondo momento sono andati ad abitare con lei mia sorella con il marito e il loro  bambino, loro andavano a lavoro e di conseguenza mia madre lo ha cresciuto. Poi le prime avvisaglie di demenza senile, e la sentenza finale: Alzheimer.

Credetemi, tutti noi l’abbiamo tenuta come una regina. Mia sorella l’ha curata per ben 10 anni è non è stato facile convivere con una malata, aveva perso la sua intimità familiare, si sono succedute tante di quelle badanti che potremmo scriverci un libro. Infine la decisione della casa di riposo.

Era un giorno freddissimo di gennaio, il giorno prima del mio 57esimo compleanno. Dopo una vita di sofferenze, miseria, dolori è uscita di casa e il suo bagaglio di vita racchiuso in una busta di plastica con le sue poche cose.

Non la vedo da febbraio, la vedo in video chiamata o dietro un vetro e il mio cuore ogni volta si frantuma in mille pezzi e non so quando finiranno le regole così restrittive della struttura per poterla riabbracciare come si deve. Chiedo sempre al Signore di farcela tenere ancora un po’. Voglio dirle ancora “Mamma ti voglio bene, perdonami se qualche volta ho alzato la voce, per quante volte ti ho delusa!”. Vorrei abbracciarla ancora per sentire su di me la sua pelle morbida e magari sentire ancora la sua voce che mi chiama. Oramai non ci riconosce più, ma ancora c’è.

Ecco, in breve, la vita della mia mamma.

Ti voglio bene mamma, grazie per tutto quello che hai fatto per noi.