Carlo Santoro compie 100 anni. Un secolo di vita che si intreccia con la storia d’Italia

Ha preso parte alla Resistenza a Cefalonia. È riuscito a scampare la morte per ben tre volte in un solo giorno. Poi la deportazione in Germania e finalmente il ritorno a Campobasso

Carlo Santoro

Carlo SantoroRipercorrere la vita di Carlo Santoro, che oggi compie 100 anni è come sfogliare un romanzo, solo che quelle pagine non sono frutto di fantasia, ma fanno parte della storia, della storia che si studia sui banchi di scuola.

Carlo Santoro, campobassano, che è stato ufficiale del 1° Battaglione del 17° reggimento fanteria – compagnia comando – ha attraversato l’orrore della guerra, lo spettro dei campi di sterminio, con il fiato della morte sul collo. Il suo destino però lo ha portato lontano e gli ha permesso di raccontare cosa aveva visto con i suoi occhi. Certi momenti non si possono dimenticare, il dolore non viene cancellato nemmeno dal tempo perché resta impresso nella memoria, come fosse stato scritto su una roccia.

Carlo Santoro la sua vita al fronte l’ha narrata con schiettezza e semplicità come fosse la più banale del mondo e invece lui ha partecipato al cambiamento del mondo con la Resistenza. Una durissima resistenza, a Cefalonia, isola greca del Mar Ionio che nella Seconda Guerra Mondiale venne occupata dagli italiani. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 gli italiani, raggruppati nella Divisione Acqui, tra cui anche Carlo Santoro, ricevono l’imposizione dai tedeschi di arrendersi. Il generale Antonio Gandin chiede, sotto forma di referendum, il da farsi alle truppe che decidono di andare avanti, di proseguire la battaglia in cui muoiono 1250 soldati italiani a cui si aggiungono 65 tra ufficiali e sottufficiali. Dopo qualche giorno gli italiani, senza rifornimenti, e attaccati anche dagli aerei sono costretti alla resa.

Ma non finisce qui perché i tedeschi fucilano più di 5000 soldati e la stragrande maggioranza degli ufficiali. Quei giorni di settembre passano alla storia col nome di eccidio di Cefalonia. Pochi i militari scampati che poi vengono deportati, come prigionieri, in Germania. Giorni terrificanti, che Carlo Santoro ricorda benissimo. Soprattutto quel 23 settembre 1943 quando riuscì a scampare la morte per ben 3 volte.

I tedeschi assicurano gli italiani che una volta saliti su una nave sarebbero stati portati sulla terraferma per essere processati. La camionetta che li va a prendere non arriva al porto. I soldati vengono fatti scendere vicino ad una casa colonica. Si sentono urla che arrivano da lontano e tra i soldati c’è un cappellano che prega a voce alta. È chiaro che non ci sarà alcun processo ma che si tratta di un’esecuzione. I tedeschi chiamano dai 4 agli 8 ufficiali per volta che saliti sulla camionetta vengono portati poco distante e lì fucilati. Viene chiamato anche Carlo Santoro, ma lui per ragioni che ancora oggi non sa spiegarsi, si china per allacciarsi le scarpe e il tedesco chiama l’ufficiale successivo.

Sembrava che il peggio sia finito. Ma non è così, i tedeschi continuarono a chiamare e arriva di nuovo il turno di Carlo Santoro che prima di salire sulla camionetta si avvicina al cappellano e gli porge il portafogli. Mentre lui consegna il portafogli, un gruppo di  otto ufficiali originari delle Marche si dispongono in fila orizzontale e intonano l’inno del Piave dirigendosi spontaneamente verso la fucilazione. Carlo Santoro viene chiamato ancora. È la terza volta, ma appena appoggia il piede per salire su quella camionetta che lo avrebbe condotto alla morte, si gira e sfidando le mitragliette dei tedeschi torna verso il cappellano che a quel punto, pieno di sconforto, prega i tedeschi di sospendere le esecuzioni. Si attendono le notizie sulla fine che sarebbe toccata ai superstiti. Il comando tedesco decide di concedere loro la grazia. Carlo Santoro è stordito, confuso. A malapena riesce a rendersi conto di quanto gli sta accadendo. Intanto la radio inglese annuncia che la divisione Acqui, a Cefalonia, è stata sterminata. Nessun contatto con l’Italia, ma nel frattempo i tedeschi propongono ai superstiti un ultimatum: combattere con loro o contro di loro. Il generale Gandin propone una specie di referendum. Non era mai successo prima. Carlo Santoro e gli altri superstiti decidono per amore verso la loro bandiera di portare avanti la battaglia. Purtroppo la situazione è critica, i tedeschi continuano a mietere vittime e quando tutto sembra ormai perso Carlo Santoro riesce ancora una volta a rimanere in vita. Carlo, dopo Cefalonia, viene deportato in Germania.

Alla fine della guerra rientra a Campobasso, sua città natale. Nel 1946 sposa Lidia di Pasquale da cui ha due figlie Mariavittoria e Adriana. Presta servizio come funzionario della Prefettura di Campobasso fino al suo pensionamento.

Nel 2009 riceve dal Prefetto di allora l’alta onorificenza come “Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana” su proposta del Consiglio dei Ministri. Un secolo di vita che profuma di storia, una figura di spessore che merita di essere ricordata come uomo, come ufficiale e come partigiano che ha contribuito a costruire la nostra Italia. Buon compleanno Carlo.