Colloqui di lavoro “al buio”, un modo per abbattere i pregiudizi

Sempre più aziende si affidano al «blind recruitment», il cosiddetto colloquio di lavoro al buio. Pare essere la soluzione per una selezione più equa e imparziale.

Colloqui al buio

Anche il mondo del lavoro sperimenta i colloqui al buio; si tratta di una pratica che cancella dal Curriculum Vitae dei candidati informazioni come nome, genere, età ed educazione, per eliminare così ogni possibile pregiudizio. Pare che sia un fenomeno che sta coinvolgendo un numero sempre maggiore di aziende, anche in Italia.

Per esempio, inconsciamente, il nostro pensiero viene condizionato se ci troviamo a leggere il Curriculum Vitae di qualcuno con un nome a noi familiare o che ha studiato nella nostra stessa università o che è nato nel nostro stesso anno. E questo può influenzare notevolmente il percorso e le opportunità di carriera di un professionista. Generalmente i pregiudizi più diffusi sono quelli razziali o quelli di genere per tale motivo l’obiettivo del blind recruitment è quello di superare i pregiudizi durante il processo di reclutamento. Questa tecnica è utile per mettere in evidenza i loro i punti di forza durante il colloquio.

Uno dei primi esempi di blind recruitment risale al 1980 e ha avuto luogo nella Toronto Symphony Orchestra che, fino a quel momento, era composta quasi esclusivamente da uomini. In seguito utilizzarono un diverso metodo per reclutare i loro membri, svolgendo le audizioni dietro a uno schermo, in modo che i selezionatori non potessero vedere il candidato, ma solamente sentirlo suonare. Il risultato fu strepitoso: un’orchestra rinnovata, composta al 50% da uomini e al 50% da donne. Gli esperti raccomandano che “il blind recruitment dev’essere comunque accompagnata da un percorso di training che aiuti i selezionatori a riconoscere i propri pregiudizi a livello inconscio per imparare a gestirli al meglio durante le fasi di reclutamento del personale”.