La Festa dell’Uva a Riccia: le origini di una tradizione che dura 87 anni

Quella dei Carri dell'uva è da sempre una manifestazione sentita dal profondo dell'animo dei riccesi. I Carri, originariamente, erano molto piccoli nelle dimensioni e semplici nella fattura, col passare degli anni sono diventati sofisticati e precisi negli addobbi viticoli e nelle composizioni figurative; la sfilata è preceduta da un corteo di gruppi folk e sbandieratori. Ogni anno la festa mostra una partecipazione attiva di molte persone. È un bell'esempio di come una manifestazione, ormai giunta all'ottantasettesima edizione, mantiene integri i valori solidali dell'accoglienza e del rispetto del patrimonio culturale tramandato da molte generazioni.

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Riccia è un paese che può sicuramente vantare, per tutto l’anno, un calendario ricco di eventi, ma certamente quello più atteso cade nella seconda domenica di settembre. La Sagra dell’uva, che ogni anno è un successo sia per l’organizzazione che per l’arrivo di molti turisti, è un classico appuntamento a cui i cittadini riccesi dedicano tutta la passione possibile nella realizzazione dei carri dell’uva. L’origine della Sagra è da ricercare sicuramente nei riti bacchici delle feste Meditrinalia della Roma pagana, ma la sua celebrazione, cosi come avviene  la sagra oggi, è da collocare nei primi anni Trenta,  quando  il regime fascista disponeva che Feste dell’Uva dovessero essere svolte in tutti i comuni d’Italia. La prima edizione della festa si tenne nel 1932 e nel 1939 venne interrotta a causa della II Guerra Mondiale. La celebrazione vedeva delle giovani adolescenti vestite da pacchiane con cesti stracolmi di uva che ballavano, cantavano e distribuivano vino. Per quanto concerne il vino, in genere, si trattava della saibella, una vite che oggi è quasi scomparsa. Alla fine degli anni’60 si è avuta la vera svolta della festa: venne creato un Comitato per l’occasione, nel quale la presenza del parroco della Chiesa del Rosario, don Ciccio Viscione, si mostrava  attiva e dinamica. La festa manteneva  le peculiarità della sua nascita, ma veniva garantita alla cerimonia una propria autonomia dandogli anche una specifica denominazione: Sagra dell’Uva. I componenti del comitato iniziavano un’opera di sensibilizzazione, soprattutto nelle campagne, per fare allestire dei carri allegorici da trainarsi con i trattori. Tutta la cerimonia ruota intorno al carro dell’uva, inteso sia come attrazione scenica, ma anche come il mezzo a cui attingere alle vivande che vengono gratuitamente offerte. Su di essi uomini e donne, allora come ora, ripropongono scene di vita contadina e di lavori tradizionali in ambienti agricoli e domestici. Ogni anno l’atmosfera è sempre allegra poiché i carri percorrono le strade di Riccia preceduti da un corteo di gruppi folk e sbandieratori che vengono seguiti dalla folla, la quale interagisce attivamente con i protagonisti della cerimonia. Sull’origine della festa, sono da scartare le ipotesi secondo cui la festa nasce per ragioni promozionali al fine di esaltare i prodotti locali, ma nemmeno nasce per legami alla sfera devozionale, in quanto la presenza religiosa è limitata all’immagine della Madonna del Rosario che ogni carro deve, da regolamento, esporre. Come scrive Tonino Santoriello, va per la maggiore l’opinione di chi equipara la Sagra dell’uva ad una manifestazione di tipo carnascialesco. Sono presenti tutti gli elementi di una tipica scena carnevalesca:  l’inversione dei ruoli, il camuffamento dei partecipanti (anche se a tema predefinito) e il consumo di vivande. Nonostante la manifestazione mantiene, negli anni, una forma di competizione che riguarda una sorta di gara tra le varie contrade concorrenti alle quali va attribuito un premio in denaro per il caro più apprezzato, sono sempre presenti l’impegno, la volontà costante e il tanto lavoro che fa della Festa dell’uva una delle feste più belle che il Molise può vantare.