Didattica a distanza. Bisogna raggiungere fino all’ultimo degli studenti per parlare di “successo”

Che fine fanno i ragazzi che non sono stati raggiunti dalla didattica a distanza? E' giusto ripensare le metodologie? E' giusto ripensare strategie che inglobino anche gli "ultimi?"

Il lockdown e il distanziamento sociale stanno provocando ripercussioni complicate in molti ragazzi e pare che questo sia passato in secondo luogo, o meglio, a tale problema non viene data la giusta importanza. Ancora non ci sono dati ufficiali sulle percentuali di studenti raggiunti con la DAD, ma sicuramente non si parla del 100%. La tesi dovrebbe essere la seguente: la didattica a distanza deve raggiungere fino all’ultimo degli studenti, nessuno deve rimanere escluso o indietro.

Sicuramente non siamo i primi a sollevare il problema ora, lo abbiamo fatto sin dall’inizio, così come non saremo di certo gli ultimi, ma ciò che è evidente e che è constatabile, da parte di tutti, è che si cerca di sorvolare sul problema o metterlo in secondo piano, posizionando in primo piano solo la notizia che vede la maggior parte degli studenti raggiunti tramite  lezioni a distanza. Come riportano le fonti, si fa presente che da un monitoraggio del Ministero dell’Istruzione, On. Azzolina, solo il 6% degli alunni non è raggiunto dalla didattica a distanza, mentre ci sono altri sondaggi che rivelano cifre di esclusi ben più alte. Ammesso che fosse solamente il 6%, ma questo 6% non dovrebbe avere lo stesso diritto proseguire il programma così come il resto degli studenti? Dietro a questo 6% ci sono persone, ci sono ragazzi che per tanti motivi non possiedono una connessione, non possiedono un PC e non hanno genitori disposti a interessarsi del problema, per motivazioni di natura sociale e culturale. Ci sono ragazzi che non hanno nemmeno la possibilità di presentare il problema o di appellarsi a qualcuno, ci sono famiglie che non comunicano con la scuola in generale, figuriamoci in questo momento difficile e in piene emergenza sanitaria.

Il Covid-19, il blocco di tutte le attività scolastiche al fine di contrastare nel miglior modo possibile la diffusione della pandemia, è stato un passo necessario, decisione presa con il supporto di un comitato tecnico scientifico, ma questo ha sicuramente comportato delle fasi nuove. Non dimentichiamo che in molte zone le famiglie hanno avuto un lutti e situazioni economiche difficile: molte famiglie sono finite sul lastrico ed è un dato da non sottovalutare. Si sono dovute affrontare problematiche diverse e anche la scuola ha risposto in tal senso; molte scuole hanno anche risposto con un supporto psicologico a distanza, ma sarà importante anche monitorare i dati che emergeranno da questo momento drammatico, per poi trarne una valida base scientifica. Il problema della didattica a distanza è di natura sociale e bisognerebbe cercare di fare un lavoro unanime, senza escludere nessuno, affinché, a partire dal primo alunno fino ad arrivare all’ultimo, venga data eguale possibilità di studio, senza ricorrere a sistemi estremi, come Giulio che, a 12 anni, si sposta a un chilometro da casa perchè non ha connessione o come Noemi, studentessa sorda, che deve accontentarsi di leggere il labiale perchè priva a di un’assistente alla comunicazione.

Dietro Noemi e Giulio si nascondono le storie di tanti altri ragazzi che non hanno modo di proseguire il programma, storie drammatiche, storie di vita quotidiana e coloro che sono a capo delle istituzioni dovrebbero considerare questi elementi: bisogna ripensare strategie che valgano per tutti e che funzionino a 360 grandi.