“GIORNO DEL RICORDO”, LA STORIA TRA CELEBRAZIONI E RICERCA

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“GIORNO DEL RICORDO”, LA STORIA TRA CELEBRAZIONI E RICERCA

Dopo la “Giornata della memoria”, il 10 febbraio in tutta Italia si celebra il “Giorno del ricordo” per non dimenticare la tragedia degli italiani vittime delle Foibe e l’esodo dalla loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.
Ricordare sempre le vittime di ogni massacro o persecuzione è un dovere morale, ma sono sempre più persuaso che ricorrenze e solennità di questo tipo rischiano di diventare occasioni mancate di approfondimento. Le problematiche che emergono in queste circostanze, per quello che riguarda la corretta indagine storica e la narrazione degli avvenimenti e dei fenomeni storici, sono due e molto serie. La prima problematica è legata alla poca competenza, che regna ovunque ed è alla base di molti errori gravi, la seconda riguarda la malafede e la manipolazione strumentale della storia a scopi, il più delle volte, politici.
Le correnti politiche italiane, in merito alle Foibe ma il discorso potrebbe essere esteso a tutto il periodo 1943-1945, hanno messo in piedi le cosiddette “tesi strumentali” dalle quali può salvarci solo uno studio portato avanti con metodo scientifico e una grande libertà intellettuale. So bene quanto questo sia difficile, ma è a questo che bisogna tendere. Il “Giorno del ricordo” dovrebbe avere la funzione di ricordare e fare luce, oltre che su Foibe ed esodi, anche sulla più complessa vicenda del confine orientale e sui precedenti crimini nazi-fascisti in Jugoslavia. In sintesi, non è giusto ridimensionare la portata di quel crimine così come sarebbe altresì giusto contestualizzarlo. Gli innocenti pagano sempre il prezzo dei colpevoli e i criminali non distinguono mai le responsabilità, sotto qualsiasi bandiera militino.
Ben vengano le commemorazioni solo se accompagnate da una ricostruzione seria delle vicende storiche e da una buona divulgazione, l’unico modo per evitare i pericolosi revisionismi strumentali è quello di fare luce su quello che è stato in realtà lasciando da parte la retorica e la ricerca del consenso.
Per dirla in parole povere e tanto per fare un esempio, negare per anni le Foibe non ha fatto altro che lasciare spazio a chi ora ne ingigantisce i numeri e le proporzioni.
La mia generazione, i nati tra fine anni settanta e gli anni ottanta, è cresciuta in una specie di presente permanente (aveva ragione Eric Hobsbawm), nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del nostro tempo. Siamo una generazione “ignorante”, ma non sempre è colpa nostra. Senza una corretta conoscenza del passato, il nostro futuro e quello di chi verrà dopo di noi sarà sempre meno luminoso.