LE CARRESI, QUALE FUTURO? PARLANO BINDI E BALLACCHINO

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LE CARRESI, QUALE FUTURO? PARLANO BINDI E BALLACCHINO

Le Carresi sono ripartite, finalmente. Il 30 aprile a San Martino in Pensilis è tornato a essere un giorno di vera festa – vittoria dei Giovanotti, ndr – sarà così anche per il 3 maggio a Ururi e per il lunedì di Pentecoste a Portocannone.

Dopo un anno tormentato, dal sequestro degli animali e delle stalle all’approvazione di un nuovo disciplinare, le Carresi sono rinate; le antropologhe Letizia Bindi e Katia Ballacchino, docenti dell’Unimol, che hanno seguito da vicino l’intera vicenda, ci hanno raccontato le loro sensazioni e i loro pensieri su quello che è stato e, soprattutto, su quello che sarà.

Per la gente delle Carresi gli anni non si contano da gennaio a dicembre, o comunque non solo, c’è un anno che va da primavera a primavera, da una Carrese all’altra. Alcuni anni se ne vanno in un attimo, non è stato il caso dell’ultimo. La gente di San Martino, Ururi e Portocannone ha vissuto un incubo. Ora, dopo un anno di sofferenza e incertezza, le Carresi molisane rivedono la luce. Quali sono le vostre sensazioni e le vostre impressioni? E’ davvero l’anno zero? Questo stop è stato solo un male o servirà a migliorare la manifestazione ? 

Abbiamo imparato in questi anni che la Carrese segna davvero la vita di ciascun protagonista e familiare di questi paesi. La Carrese è il Capodanno, è il Natale, e se proviamo ad immaginare per un attimo cosa sarebbe la quotidianità senza il brindisi di fine anno che segna un passaggio, certifica speranze, ritualizza emozioni, forse si potrà intuire cosa è significato lo scorso anno nei paesi delle Carresi perdere il proprio rito, la corsa. È stato, ci pare, come perdere la bussola, non sentire più la terra sotto i piedi, non trovare più la propria “presenza nel mondo”, il proprio “esserci”, per grandi e piccini, donne e uomini di carri. In cuor nostro – che moltissimo ci siamo impegnate per alleviare il dolore di questa perdita, perché ormai l’abbiamo fatta nostra in qualche modo – speriamo che questo sia l’anno zero nel senso che potrà essere un’opportunità per dimostrare quanto il diritto culturale degli uomini a svolgere le proprie pratiche rituali e le loro secolari passioni sia più forte di tutto ciò che dall’esterno, per motivi diversi, lo ha minacciato e messo a rischio seriamente. Di certo lo stop è stato un momento di lutto, soprattutto per le modalità e i tempi in cui è stato praticato, ora però dobbiamo essere tutti insieme pronti a mantenere il timone e semmai migliorare il più possibile questo straordinario patrimonio culturale immateriale. D’altronde sappiamo che i momenti di crisi spesso possono divenire delle ottime opportunità per crescere e ottenere delle soluzioni insperate e costruttive. E noi ci auguriamo questo per tutti i paesi coinvolti da questo dramma.

Onestamente, e senza retorica, le Carresi possono diventare veicolo di sviluppo sociale – e in che modo – o sono destinate a rimanere folclore popolare? Qual è la strada per far sì che queste tradizioni non solo si adeguino alle leggi e alla modernità nella forma ma possano proiettarsi e proiettare le comunità bassomolisane nel futuro?

Le Carresi sono per noi, senza ombra di dubbio, il veicolo primo di questi territori per uno sviluppo sociale e culturale di qualità. Per l’antropologia cerimoniali di questa forza e potenza reale e simbolica sono momenti preziosi per le comunità e anche per chi le guarda dall’esterno. Oggi pochi momenti e poche occasioni possono essere considerate strumenti per vivere passioni comunitarie, condivise nell’intimità delle famiglie e nelle piazze dei paesi, come nelle strade dove si è cresciuti. Già per questo, quindi, le Carresi vanno considerate come momenti preziosi che andrebbero messe in valore. La strada per “tradurle” al mondo che guarda – e talvolta le giudica senza averne conoscenza approfondita – è spesso faticosa ma è anche una sfida che, con la mediazione che nel nostro piccolo abbiamo tentato di fare tra le norme “globali” e le istanze locali dei territori, si può vincere. Noi abbiamo voluto e vogliamo crederci insieme ai protagonisti delle corse. Le Carresi sono antiche e moderne allo stesso tempo perché resistono da secoli ai tempi e ai cambiamenti delle società in cui sono praticate e questa è già una grande testimonianza di cultura.

L’essenza di queste tradizioni è nella loro particolarità e nel loro essere al centro della vita della comunità. Ci sono cose che solo chi vive il paese o chi conosce bene il territorio può comprendere, non sono feste per turisti ma hanno un significativo valore identitario – aspetti sociali, cultura e religione si fondono nelle Corse dei carri – non è neanche obbligatorio che tutti apprezzino: sarà possibile lavorare sulla diffusione dell’evento Carrese anche al di fuori dei confini regionali, magari sfruttando le nuove tecnologie e la rete?

Noi crediamo, occupandoci di feste da molti anni in diversi luoghi, che ogni festa in questi decenni a causa della visibilità data dai mass media e dall’iperproduzione delle immagini diffuse in rete viva in sé una straordinaria apertura verso l’esterno e allo stesso tempo una possibilità di cumulare importanti archivi della propria memoria anche proprio attraverso l’uso delle potenzialità offerte dal digitale. Come al solito si tratta di comprendere come i processi sia di promozione che di rappresentazione delle comunità e dei loro patrimoni a se stesse e ai visitatori esterni vengono gestite e pensate.

Questo può rappresentare anche l’occasione preziosa per mostrare all’esterno aspetti e comportamenti delle comunità di carro che rischiano di essere adombrate dalla recenti polemiche sollevate da movimenti che hanno a cura il benessere animale. Solo la conoscenza approfondita di queste comunità e l’accesso alle immagini più intime e intense delle loro relazioni uomo-animale può testimoniare lo speciale rapporto che queste comunità intrattengono con i loro compagni di strada nel cerimoniale.