DSA, la differenza la fanno i grandi. E i bambini pagano le spese

Parliamo di DSA con Michele Tos, che interessato dal problema ne è diventato esperto: “Negarlo significa chiudere al bambino le porte del futuro”

250
DSA EVIDENZA 1

Ragazzini che rinunciano a studiare per un DSA, bambini che restano indietro perché il problema non emerge o che vengono derisi perché non stanno al passo e appaiono svogliati. Di DSA, questo è fuori dubbio, bisogna parlare e ancora parlare.

“Parlare di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) è argomento talmente dibattuto che talvolta viene banalizzato, altre volte addirittura negato, altre volte posto a giustificazione di ben altri problemi, esterni al soggetto che ne soffre. Eppure la Dislessia, la Disortografia, la Disgrafia, la Discalculia sono disturbi di natura neurobiologica reali, che interferiscono con il normale processo di acquisizione della lettura, della scrittura e del calcolo, i quali determinano più o meno significative difficoltà nell’apprendimento scolastico e nella vita quotidiana”.

Così spesso i genitori che hanno a che fare col problema si sentono isolati e si mettono in gioco in prima persona attraverso blog, progetti e associazioni. E al centro ci sono bambini DSA, ma anche adulti.

“Molti di noi adulti potrebbero avere un DSA non diagnosticato – mi dice Michele Tos, che sull’argomento spende moltissimo tempo perché interessato in quanto padre di un ragazzino con il disturbo – semplicisticamente bollato (all’epoca) come scarsa attitudine alla materia. Una domanda che dobbiamo porci è: come sarebbe stata la mia vita con una corretta presa in carico del problema?. Ho affrontato la problematica mettendomi a studiare il più possibile, per dare una mano a mio figlio, anche perché i progressi scientifici sono relativamente recenti. Insomma, mi reputo una persona… informata sui fatti che ha contatti con molti esperti”.

Michele Tos è padre di tre figli, esperto nei Processi dell’apprendimento Erickson e progettista di percorsi educativi, ha frequentato corsi di specializzazione in DSA. Vive e lavora a Torino, dove opera fattivamente con realtà associative ed enti scolastici. Presidente di comitati genitori, partecipa alla vita della scuola con progetti sul tema dell’educazione e della prevenzione del disagio scolastico attraverso la promozione dell’inclusività.

I DSA non sono dunque un’invenzione, o semplicemente svogliati, come ogni tanto si sente ancora dire…

“Assolutamente no. Vengono scientificamente studiati e sono diagnosticabili (e certificabili secondo direttive regionali e legge 170/2010) da personale specializzato, partendo da un concetto fondamentale, ovvero rientrare in un parametro intellettivo quantomeno ‘normale’, precisando che in molti casi il quoziente intellettivo di un soggetto affetto da DSA è superiore alla media”.

Quindi capacità intellettive particolari, ma difficoltà nell’apprendere, quasi un paradosso. Come si arriva alla certificazione? Dove nascono allora le difficoltà?

“Un DSA viene certificato, ma si tratta dell’esito di un percorso.

DSA stile ridSi parte dal sospetto, quasi sempre evidenziato dagli insegnanti, a partire dalla seconda-terza elementare, epoca in cui il bambino matura in maniera significativa i processi legati alla letto-scrittura ed al calcolo, tali da consentire (in primis agli insegnanti) di porsi le prime domande di fronte ad alcune evidenze, quali lentezza nella lettura, inversione di lettere (d, p, q, b, vengono confuse nei dislessici), difficoltà nella memorizzazione delle tabelline, difficoltà nella grammatica ed ortografia ed altro ancora.

Questo sospetto viene comunicato ai genitori dagli insegnanti, quando i genitori stessi non ne abbiano sentore; i genitori ne parlano con il pediatra o con il medico, il quale rinvia allo specialista (psicologo, logopedista, foniatra, neuropsichiatra od altro occorrente) che certifica (secondo i dettami legislativamente definiti, in prima battuta l’assenza di deficit intellettivi e/o altre problematiche bio-psico-sociali) la presenza o meno dei disturbi attraverso apposite valutazioni; le strutture sanitarie prendono in carico il bambino per le eventuali azioni di recupero e sostegno; i genitori portano alla scuola la certificazione DSA e la scuola pone in essere le misure compensative-dispensative necessarie.

A questo punto il bambino ha tutti gli strumenti necessari atti a garantire il successo scolastico senza sviluppare fustrazioni”.

Un percorso complesso che necessita un approccio di rete, deduco…

“Sì. Un percorso che vede come protagonista l’intera Comunità educante, costituita da genitori-insegnanti-società, che diviene parte integrante, di natura ambientale e strumentale, nel contribuire a determinare un maggiore o minore disadattamento al disturbo.

inclusione stile ridCerto, lungo questo percorso può accadere di tutto: insegnanti che non hanno la formazione o la sensibilità necessaria per riconoscere l’incidenza del disturbo; genitori che negano la possibilità che il loro bambino possa non essere ‘perfetto’ oppure che non hanno il denaro necessario ad a accedere ai servizi privati ove non esistano pubblici; strutture sanitarie non adeguate o non recepenti; negazionismo trasversale (ancora oggi taluno parla di “pigrizia” di fronte alle difficoltà vissute) che ritardano l’applicazione delle corrette iniziative e creano demotivazione.

E’ qui che nascono le difficoltà. Nella mia esperienza personale e professionale ho avuto modo di incontrare molte di queste situazioni ed altre ancora”.

C’è ancora un po’ di confusione, non è sempre tutto così lineare. Come se ne esce allora?

“Con la conoscenza. Con informazione e sensibilizzazione. Per quanto mi riguarda nel tempo sono giunto a collaborare con specialisti coinvolti nel percorso diagnostico/riabilitativo, avendo strutturato e partecipato a progetti all’interno delle scuole, in stretta collaborazione con insegnanti e dirigenti scolastici, oltre ad aver incontrato genitori ed alunni.

Queste esperienze mi hanno consentito di maturare due convinzioni: la prima è che siamo noi adulti a fare la differenza, rispetto al vissuto di questi particolari figli; la seconda è che, in ragione della prima, i bambini con DSA possono avere un futuro migliore, senza che questo venga negato a priori”.

Combattere dunque lo scoraggiamento con l’informazione, con la comunicazione. E’ il messaggio di Tos che invita la Comunità Educante ad essere fautrice di un futuro sereno per tutti i bambini e tutti i ragazzi che vivono questa loro particolare condizione, a partire dai loro genitori e da tutti gli insegnanti che con sincero interesse fanno del loro meglio.