Smart working, peggio dell’Italia solo Grecia e Cipro

Eppure il trend porta sempre più verso sistemi di lavoro 'agili', meno legati alla postazione e più attenti all'ottimizzazione dei tempi. Occorrono formazione dei manager e strutture di lavoro più innovative

Smart working, peggio dell’Italia solo Grecia e Cipro. Siamo piuttosto indietro in materia di ‘lavoro agile‘ in azienda, quello che non è strettamente legato ad una postazione precisa e che non viene quantificato con il classico cartellino timbrato. Eppure gli studi sull’organizzazione aziendale indicano in questa la via maestra per una maggior produttività legata soprattutto alla soddisfazione e al coinvolgimento del dipendente, che lavora meglio e quindi di più.

Quello che manca ai paesi mediterranei, rispetto a quelli nordici, e soprattutto al nostro, è una adeguata predisposizione culturale nei confronti dello smart working, in quanto la mentalità dominante è ancorata al concetto di ufficio, di sorveglianza del lavoratore.

E invece i dati, come riporta un approfondito articolo sul Sole 24H in merito, dicono che nel 2022 il 65% della forza lavoro europea sarà composta da mobile worker, di questi in Italia i professionisti che opereranno in mobilità saranno 10 milioni (Società di ricerca IDC), un passaggio che presuppone una nuova prospettiva da parte della classe dirigente. Nel futuro digital workspace si passerà dal quando entri/quando esci/dove sei  al chi sei/che cosa fai, dal concetto di tempo/spazio a quello di capacità/prodotto/ rendimento.

Un forte passo avanti lo devono fare anche i lavoratori, che oggi tendono ad interpretare il sistema smart working come lavoro non solo agile ma anche leggero, perché le proposte in tal senso (il gatto si morde la coda) impegnano in genere pochi giorni a settimana o riguardano lavori saltuari che si possono fare da casa. Ma lo smart working è tutt’altro, è impegnativo tanto quanto il sistema tradizionale, se non di più. Ed è legato soprattutto al risultato, capace di portare il lavoratore a moltiplicare gli sforzi.

Ares CampobassoSi parla dunque di un nuovo approccio al tradizionale modo di lavorare e di collaborare all’interno di un’organizzazione, che ha i suoi vantaggi in termini economici per le aziende e piace molto agli italiani, interpellati sull’argomento da una recente inchiesta (Randstad Workmonitor) secondo cui 8 persone su 10 sarebbero disponibili a cambiare sistema di lavoro. Ma al momento solo l’8% dei lavoratori può definirsi “smart worker“.

Le vie per far rientrare anche l’Italia nel trend europeo dello smart working sono a questo punto sostanzialmente due: da una parte la classe dirigente aziendale deve fare un salto evolutivo attraverso la formazione dei nuovi manager e i corsi di aggiornamento dei vecchi; dall’altra le strutture aziendali si devono adeguare mettendo al centro uffici ben strutturati ed efficienti soprattutto sul piano telematico, con disposizioni delle postazioni che viaggiano verso gli open space con più postazioni libere.

In alte parole il lavoratore sarà libero di lavorare ovunque ritenga, a seconda delle esigenze: in ufficio, a casa, in aree adibite a postazioni di lavoro. I nuovi concetti di utilizzo dello spazio lavorativo già oggi hanno determinato la diffusione di coworking, di sistemi di day office, di webinar e altri tipi di riunioni telematiche per le quali lo spostamento è minimo e i tempi vengono ottimizzati.

Questo, secondo gli studi, sarà in futuro la normalità.