Disabilità, le parole che fanno la differenza

Diffuse da Special Olympics le linee guida per l’utilizzo dei termini più corretti

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Disabilità, le parole che fanno la differenza

Le parole possono essere coltelli, soprattutto quando ad utilizzarle sono gli organi di stampa e se riferite a persone con disabilità.
Le parole aiutano a superare le barriere fisiche e mentali, ma possono essere dei macigni sulla testa di chi cerca di condurre una vita più indipendente. Ecco perché Special Olympics ha diffuso delle vere e proprie linee guida, prodotte da esperti nello studio del ritardo cognitivo, per l’utilizzo dei giusti termini quando si parla di persone con disabilità, per fare in modo che tutti vengano rappresentati con la giusta dignità.
Il termine ‘speciale’, ad esempio, è inappropriato per un atleta che concorre ai campionati Special Olympics; così come parlare di persone “mentalmente ritardate” o addirittura “ritardati mentali”.
Una persona può “avere una disabilità intellettiva”, piuttosto che “soffrirne” o “esserne affetta”; oppure può utilizzare una sedia a rotelle, invece che “essere costretta” o “confinata” sulla carrozzina.
Altre abitudini poco delicate sono mettere, in caso di partecipante disabile, il termine “atleta” tra virgolette o indicarlo con il solo nome, mentre per i cosiddetti normodotati si mette come di regola nome e cognome.
Insomma, tutte attenzioni che non cambieranno la situazione di fondo, direbbe qualcuno. Ma fanno assolutamente la differenza per chi legge, soprattutto per l’interessato. Cambiando, parola dopo parola, l’atteggiamento culturale nei confronti della disabilità.