La stanza bianca e gli occhiali di realtà virtuale per limitare i danni dell’autismo

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Autismo, la ricerca continua e la patologia resta ancora un mistero per la scienza che non ha ancora trovato una cura, né tantomeno una rosa di cause probabili e prevenibili. E nel frattempo il numero delle persone col disturbo aumenta.

A livello mondiale, secondo le statistiche più benevole, un bambino su 160 ha un disturbo dello spettro autistico, ma altri studi denunciano tassi ben più elevati. Secondo recenti statistiche elaborate dal Centers for Disease Control and Prevention (CDC) riporta che in America un bambino su 88 ha un disturbo dello spettro autistico, con un incremento 10 volte più alto di 40 anni fa.

L’autismo è 4/5 volte superiore nei maschi rispetto alle femmine, negli USA colpisce 1 bambino su 54 e una bambina su 252. In Italia l’osservatorio Autismo della Regione Lombardia parla di 5 casi ogni 10000.

Niente cure, dunque, ma al momento strumenti e metodi per limitare i danni della patologia. Accanto ai diversi approcci terapeutici ogni tanto si registrano nuove vie per affrontare al meglio la malattia o per la diagnosi precoce.

In Israele, dove in un decennio i casi si sono triplicati, un gruppo di studenti dell’università hanno puntato sulla tecnologia per aiutare i bambini affetti da iper-eccitazione a stare più tranquilli. Uno dei sistemi sviluppati si chiama Calma e utilizza la realtà virtuale per affrontare i problemi di regolazione sensoriale, essendo una delle difficoltà causate dall’autismo l’eccessiva reazione a stimoli, come luci o rumori e luci. Con il metodo della ‘stanza bianca’ i bimbi vengono messi in una ambiente senza stimoli in cui vengono con gradualità introdotti (o se necessario rimossi) diversi oggetti, ma tutto avviene attraverso occhiali di realtà virtuale. Trasmettendo al bambino tranquillità.

Anche in Italia ci sono interessanti risultati da sottolineare: una ricerca dell’Universita’ di Pisa condotta con la Fondazione Stella Maris Mediterraneo e con l’ateneo di Firenze, per esempio, ipotizza che il diametro della pupilla riveli i tratti della nostra personalità e che le sue fluttuazioni, se la tesi verrà confermata, possono essere altamente predittive dei tratti di personalità autistica. Un primo passo verso un possibile marcatore del disturbo, che è difficile da analizzare perché multiforme nei sintomi, nelle caratteristiche, nelle reazioni, nelle origini e anche nelle risposte ai trattamenti.

Insomma piccole conquiste e ancora molta nebbia, ma un unico punto fermo: il fattore ereditario come origine che sfiora l’83%. Pesano molto meno i fattori ambientali: secondo le analisi per il 17 per cento circa.