Il Covid-19 e le fasce deboli. L’assistente sociale risponde

covid daniele acquasana

L’emergenza Coronavirus ha messo in subbuglio tutti i parametri che regolavano il normale svolgimento di tante professioni e tra queste sicuramente c’è anche quella della assistente sociale. Ne parliamo con Daniele Acquasana, un assistente sociale che dopo diverse esperienze professionali in Molise e in Abruzzo, oggi lavora presso l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Pescara e collabora con il Rea (International Institute of Criminoly) di Pescara.

Dottor Acquasana, l’assistente sociale è una delle figure che come tante altre vive in prima linea il disagio della persona. E di disagio dall’inizio del 2020 ne stiamo vedendo parecchio in giro. In che modo la pandemia ha toccato questo mestiere che quotidianamente opera con fasce della popolazione molto delicate?

L’impatto con questa nuova realtà si è innestato in maniera importante in un sistema di welfare secondo me già compromesso. E’ pur vero che l’assistente sociale è abituato a lavorare in situazioni di difficoltà ma in questo periodo questa figura professionale è diventata ancora di più un anello importante di congiunzione della catena d’aiuto alle persone più bisognose di cure non solo sanitarie.

La scelta degli strumenti più adatti ad ogni caso che voi seguite è sempre molto difficile. Quali strumenti secondo lei si sono rivelati strategici in questo momento di emergenza Covid per superare portate avanti i percorsi senza compromettere i risultati attesi?

La situazione oggi ci impone il distanziamento. Ma come si fa a dare sostegno a chi ha bisogno quando il sostegno richiede vicinanza? Mi sono posto mille volte questa domanda e ho cercato di darmi una risposta, appoggiandomi anche ai tanti supporti normativi di cui disponiamo e che a mio avviso dobbiamo conoscere tutti molto bene. Secondo la Circolare 1/2020 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali “Nell’attuale situazione di emergenza è fondamentale che il Sistema dei Servizi Sociali continui a garantire, ed anzi rafforzi, i servizi che possono contribuire alla migliore applicazione delle direttive del Governo e a mantenere la massima coesione sociale di fronte alla sfida dell’emergenza. È un ruolo che il Sistema dei Servizi Sociali deve svolgere nei confronti di ogni membro della collettività con particolari attenzioni verso coloro che si trovano, o si vengono a trovare a causa dell’emergenza, in condizione di fragilità, anche in relazione alla necessità di garanzia dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali di cui all’articolo 22 della legge n. 328/2000.

Di fronte a questa inedita situazione, dunque, noi assistenti sociali giochiamo un doppio ruolo: siamo vittime ma nello stesso tempo restiamo facilitatori sociali in grado di garantire aiuto e sostegno a chi è vulnerabile. Tutto si è fermato, ma le necessità e i bisogni di emergenza sociale no. Dunque gli assistenti sociali non si sono mai fermati: diritti e doveri dell’assistente sociale, valori e principi fondanti la professione non sono mai mutati. Semmai sono state sperimentate differenti modalità di intervento.

Quali bisogni avete registrato maggiormente in questo periodo di pandemia? E soprattutto: in che modo le condizioni sociali cui ci ha sottoposti il Covid-19 hanno influito sull’emersione dei casi critici?

Ansia e preoccupazione credo siano gli stati d’animo più diffusi all’interno dell’utenza presa in carico. Molto dipende anche da come gli utenti valutano il rischio e interpretano l’emergenza Covid 19. Ad esempio l’isolamento forzato credo abbia prodotto seri problemi nell’elaborazione delle informazioni, difficoltà nel prendere decisioni, deficit di memoria, oltre a paura e paranoie. Non è sicuramente semplice gestire l’utenza in questo periodo è importante mantenere un self-control cercando di trasmettere agli utenti un senso di sicurezza, proteggerli da quadri distorti, da media allarmistici cercando di mantenere sempre un senso di normalità.

Certo questa emergenza pandemica ha provocato l’emersione di nuovi bisogni accanto a quelli più conosciuti. Io credo fortemente che abbia reso ancora più problematica la condizione di fragilità di alcune fasce già seguite. Molte persone improvvisamente si sono scoperte ancora più fragili. Le restrizioni adottate, la quarantena, la solitudine, l’utilizzo della tecnologia in maniera obbligata, la perdita del lavoro hanno scatenato una serie di effetti psicologici e sociali. Per tanti cambiare improvvisamente il modo di vivere è stato destabilizzante. Per non parlare di chi ha avuto cari ricoverati a distanza o addirittura di chi ha subito la perdita di una persona cara senza poterla salutare.

Certo, non si ha sempre la soluzione in tasca per un accadimento nella vita, però si può trovare una forma di mobilitazione efficace affinché questa fase inedita che stiamo subendo non diventi un’ulteriore occasione di emarginazione. Soprattutto per le fasce di utenza con una vulnerabile preesistente, non solo fisica ma anche psico-sociale.

Quindi di fronte alle difficoltà e alle tensioni emotive provocate dall’emergenza Covid quali carte deve giocare secondo lei chi svolge la sua professione?

Abbiamo visto l’insorgere di nuove forme di fragilità e vulnerabilità che hanno provocato forti tensioni emotive. Ma tutto questo, devo dire, ha generato nuove sfide etiche e di conseguenza nuove metodologie organizzative per raggiungere gli obiettivi.

In questo momento emergenziale, in questa particolare circostanza per l’assistente sociale, come per tutte le professioni di aiuto, è importante secondo me non rimanere fossilizzati sulle procedure abitualmente in uso. Occorrono flessibilità, intraprendenza, creatività per ragionare su come poter essere utili attraverso usi e mezzi che in questo momento si hanno a disposizione. E lo abbiamo fatto senza esitazioni. Abbiamo assistito ad una rivalutazione del nostro format sociale. Ci siamo attrezzati in pochissimo tempo con gli strumenti telematici, con il lavoro agile, a distanza alternato a quello in presenza, che ancora oggi è purtroppo ridotto al minimo.

Queste nuove modalità di lavoro sociale hanno sicuramente creato un setting meno formale con un’utenza che deve sempre sapere di non essere sola. Dobbiamo far comprendere alle persone che seguiamo che i servizi supportevoli sono a loro accanto anche se a distanza, che sono sempre pronti a fornire ascolto, ad avviare una relazione di aiuto, a mantenere vicinanza. Solo così gli eventi esterni non compromettono la nostra mission e noi riusciamo a raggiungere la gente esprimendo al meglio quello che è il nostro compito in questa società così fragile.

Secondo lei esistono punti importanti dell’attività professionale che in qualche modo l’emergenza, malgrado tutto, ha valorizzato?

Onestamente credo che niente sarà più come prima. Bisogna secondo me ritrovare un “ricompattamento” sociale in ordine di comportamenti sani, solidali, rispettosi, forse più importante di un “ricompattamento” professione. Sicuramente l’impatto sociale di questa brutta epidemia ha chiamato e continuerà a chiamare in causa un etica morale, l’etica del bene comune, riscoprire il senso di sussidiarietà, dell’altruismo, riconoscersi nella consapevolezza che lottare da soli non servirà a nulla. Credo che l’altruismo potrebbe essere un buon vaccino contro la pandemia dell’individualismo, un virus altrettanto pericoloso e letale per la nostra comunità umana.