Termoli. Un luogo di transito sulle rotte invisibili di chi cerca dignità

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Li incontriamo in stazione, nel nostro solito giro serale, seduti alle panchine. Come al solito, quando vediamo facce nuove, non sappiamo mai se avvicinarci per offrire i pasti. Magari è qualcuno che semplicemente sta aspettando un treno. Ma ci proviamo. Hanno facce stanche, occhi un po’ sperduti, ciabatte ai piedi, e giubbottoni decisamente fuori misura per loro.

Dicono a stento qualche parola in inglese, gli diciamo se vogliono mangiare. E subito dicono di sì. Stasera c’è pollo al forno con le patate. “Di dove siete?” “Del Sudan”. Aspettiamo che mettano qualcosa sullo stomaco, poi provo ad approcciarli con il mio arabo un po’ arrugginito. “Non mangiavamo da stamattina”, mi dicono. Iniziano a rilassarsi, ma parlano a bassa voce, gli sguardi interrogativi. Due di loro hanno appena vent’anni, il terzo ne ha ventisette, e fa un po’ da portavoce del gruppo quando deve chiedere le cose a nome degli altri.

Sono in Italia da appena due giorni, e i panni che hanno addosso sono tutto quello che hanno. Un telefono, e una meta: Milano. Dicono di avere dei parenti lì che vogliono raggiungere a tutti i costi. Per questo sono partiti, senza soldi e senza documenti, in un viaggio cominciato da Catania e lungo tutta l’Italia. Gli mostro la cartina della penisola appesa in biglietteria alla stazione. Catania, Bari (dove hanno preso il treno che li ha portati qui), Termoli, Milano. “È lontana” dico io. Sembrano contenti di capire meglio dove si trovano, e qual è la strada da fare, non spaventati ma incuriositi dal vedere su una mappa il loro tragitto. Sono determinati. “Arriverete, Inshallah”, “Se Dio vuole”, uno degli intercalari più usati in arabo.

Ci raccontano di essere originari del Darfur, regione sudanese tormentata da una guerra civile che ha fatto decine di migliaia di morti (molti parlano di genocidio). Abdelrahman, il più grande, ha una grossa cicatrice su tutta la fronte che arriva fino in mezzo agli occhi, i segni sono molto imprecisi, sembra che la ferita sia stata ricucita con mezzi di fortuna. La noto ma evito di chiedere come se la sia fatta.

Gli spieghiamo che se vogliono possono chiedere asilo politico in Italia. È un loro diritto, che gli permetterebbe di avere dei documenti in regola e anche un tetto sulla testa in attesa dell’esito delle loro domande. Diciamo loro che è pericoloso viaggiare senza documenti, un normale controllo basterebbe a rinchiuderli in un centro di identificazione ed espulsione. Il rischio è quello di essere rispediti proprio in Sudan, dove il loro viaggio è cominciato, da quel regime e da quella guerra da cui sono scappati. Poi a un certo punto uno di loro chiede chi siamo, perché siamo qui. Non so come si dice “volontari” in arabo. Vado per “attivisti”. La risposta sembra sollevarli, forse si sentono un po’ più al sicuro, capiscono che non intralceremo il loro progetto, anche se per legge sono dei “clandestini”.

Insistono che il loro obiettivo è arrivare a Milano, raggiungere i familiari, e poi decidere il da farsi, se restare in Italia oppure proseguire verso un altro paese. Possiamo solo accettare la loro scelta, e spieghiamo quali sono i servizi di cui possono usufruire a Termoli, anche se di passaggio. La mattina in Caritas al centro d’ascolto potrebbero ottenere un aiuto per pagare i biglietti del treno, almeno per un pezzetto del loro viaggio. Poi c’è il pranzo alla mensa, e docce il pomeriggio. Sono contenti, gli do appuntamento alla mattina dopo, li presentiamo agli altri “ospiti” della stazione, chiedendo di accoglierli per una notte, e ce ne andiamo.

All’indomani dopo un bel caffè e cornetto, mentre aspettiamo al centro d’ascolto, prendiamo un po’ confidenza e mi raccontano qualcosa di più del loro viaggio. In Sudan studiavano all’università, ma non hanno completato gli studi. Hanno passato un anno in Libia, si sono conosciuti lì e da allora hanno proseguito il viaggio insieme. “In Libia non c’è libertà, non ci sono diritti” mi raccontano – “Se sei un nero il rischio è che anche se hai un lavoro puoi essere rapinato per strada, e ti tolgono tutto”. Abdelrahman è stato anche in Egitto per alcuni mesi. “Anche lì non c’è libertà. C’è tanta ingiustizia”. Mi parla di Giulio Regeni, forse pensa che attraverso la storia tragica di un giovane italiano torturato e ucciso io riesca a capire meglio cosa significa ingiustizia. E in effetti è così. Mi corre un brivido lungo la schiena, gli racconto che ho vissuto in Egitto. So di cosa stanno parlando.

Poi mi parla della traversata. Dopo 15 ore di navigazione la loro barca stava naufragando. Li ha salvati una nave tedesca, su cui sono rimasti per altri due giorni. Allo sbarco erano “392 persone”, mi dice il numero esatto. Pagano 800 dollari a testa per un viaggio, sono in 150-180 persone per ogni imbarcazione. Arriva il nostro turno. Dopo aver esposto la situazione al centro d’ascolto li lascio in mensa.

Ci rivediamo nel pomeriggio. Dopo un pasto caldo, le docce, e finalmente con dei vestiti puliti e della loro taglia, è tutta un’altra cosa! Per la prima volta li vedo sorridere… Torniamo in stazione, partono per Pescara, prima tappa di un lungo percorso ad ostacoli. Dovranno viaggiare senza soldi e senza documenti, in un paese di cui non parlano la lingua, con il rischio di essere fermati a ogni momento.

Anche questo è Termoli. Un luogo di transito sulle rotte invisibili di chi cerca dignità. Noi possiamo solo essere un porto accogliente per chi passa, anche solo per una notte. Salgono sul treno. Un po’ sono preoccupato. Gli lascio il mio numero di telefono. Chissà se mi daranno mai notizie. Ma poi penso: hanno vissuto la guerra civile, tre dittature, hanno attraversato il deserto, poi un’altra guerra civile che non era neanche la loro, poi il mare e poi mezza Italia. Se la caveranno. Inshallah.

Contributo inviato da Francesco: La Città Invisibile