La criminologia e i processi mediatici tra realtà e curiosità

processo mediatico

In televisione i processi mediatici si moltiplicano. Il crimine attira un pubblico sempre più curioso ed attento ai particolari, ai dettagli, ai passaggi, alle affermazioni. E si espone, ipotizza, accusa e spesso condanna.

E’ un fenomeno sociale quello dell’analisi del crimine in tivvù. Un fenomeno che ha portato la massaia ad esprimersi in materia penale e le nonne del circolo a diventare vere esperte in criminologia.

Ma la criminologia è altro. E’ una disciplina applicata ai casi sociali che prevede figure specifiche e lavora sui comportamenti delle persone. Continua la nostra chiacchierata con Daniele Acquasana, assistente sociale che opera presso l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Pescara e collabora con il Rea (International Institute of Criminology) di Pescara.

daniele acquasana 1Dottor Acquasana, la criminologia è un tema al centro dell’attenzione generale non solo per un interesse scientifico o professionale, ma anche per una curiosità diffusa. Qual è secondo lei l’immagine che si è creata attorno al mondo del crimine con i media? E quanto rispecchia la realtà?

Sicuramente la rappresentazione mediatica di un accaduto di cronaca nera attira l’attenzione dello spettatore che entra in un fenomeno legato alla risoluzione del caso come fosse la fine di un film. Succede soprattutto con i crimini irrisolti perché il pubblico quasi partecipa alla ricerca di una soluzione.

Ma i media non rappresentano mai la realtà completa, perché vincolati dalla legge sulla privacy, dal segreto istruttorio o da opportunità. In questo modo possono anche distorcere la realtà, che si presenta al pubblico distante da quella oggettiva agli occhi del pubblico.

No al processo mediatico quindi…

I media sono importantissimi per l’informazione che ognuno di noi desidera. Ma hanno un grande potere sulla psiche dello spettatore anche sul piano sociale e sociologico, esercitano una straordinaria influenza sui modi di pensare delle persone, anche di quelle meno disposte a lasciarsi suggestionare.

Spesso il pubblico è condizionato da come si rappresentano il crimine in sé o le sue figure primarie come la vittima e il colpevole. Creando una serie di stereotipi ed un forte appiattimento del senso comune.

Come evitare tutto questo secondo lei?

Io credo che l’analisi criminologica vada compresa attraverso il fatto accaduto, attraverso il reato, attraverso la ricostruzione della condotta criminosa, attraverso l’entità degli effetti lesivi nei confronti della vittima. Bisognerebbe evitare, a mio avviso, la distorsione proveniente da programmi in cui tutti dicono la loro, i salotti televisivi in cui opinionisti non professionisti e competenti del settore pronunciano sentenze ed affermazioni pericolose per il sentire comune.

Ogni affermazione in questo settore secondo me dovrebbe avere sempre alla base conoscenza scientifica e atto processuale di riferimento. Tutto il resto sono chiacchiere inutili e spesso dannose.

D’altra parte sul processo mediatico è intervenuta la Corte di Cassazione, con la sentenza del 1 febbraio 2011 n.3674: “A ciascuno il suo, agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia nell’esercizio del diritto di informare, ma NON DI SUGGESTIONARE LA COLLETTIVITÀ”.

Un assistente sociale e la criminologia: quale rapporto c’è? Quali sono le competenze specifiche da utilizzare in questo settore così particolare?

Nell’ambito criminologico, giudiziario e legale l’assistente sociale si inserisce nell’approccio integrato della multi professionalità e interdisciplinarietà che la materia richiede. Nella valutazione della tendenza all’agire criminale legato all’aspetto socio familiare (famiglia di origine, clima familiare, atteggiamenti dei genitori, valori o controvalori trasmessi, etc…), nelle variabili legate alla struttura della personalità del soggetto (stabilità e instabilità emotiva, resistenza o meno alla frustrazione, maggiore o minore impulsività…),

O ancora la nostra figura si inserisce nelle variabili legate ai comportamenti di un soggetto (maggiore o minore precocità di manifestazioni di episodi devianti, tendenza o meno alla recidiva) o in quelle legate alle relazioni e all’ambiente, ai fattori che hanno portato alla genesi e all’esecuzione del comportamento criminoso.

Credo fortemente che la diversità dei diversi “linguaggi” specifici arricchisca il team dei professionisti: interventi diversi e complementari sul caso sono la via più solida per affrontare e trovare le migliori vie d’uscita ai casi in esame.