Quella incredibile capacità di riprendersi. Ricordi di psicologia dell’emergenza

In che modo si interviene su traumi violenti come il terremoto? L’esperienza del team a San Giuliano di Puglia

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Quella incredibile capacità di riprendersi. Ricordi di psicologia dell'emergenza

Serve a gestire le conseguenze di situazioni traumatiche di cui è pieno il mondo. E’ la psicologia dell’emergenza. Vi si fa ricorso in caso di guerre civili, attentati terroristici e disastri naturali, ma anche situazioni traumatiche personali come aggressioni, rapine, stupri e incidenti.

Se ne parla in questi giorni a causa del terremoto nel Centro Italia, dove sono in azione professionisti giunti sul posto, inseriti nell’enorme azione di supporto e solidarietà coordinata dalla protezione civile.

Ma come avviene l’intervento? Come si muove un team chiamato a supportare persone colpite da traumi e lutti così forti e violenti? Intanto va detto che intervenire in situazioni così problematiche è un’operazione molto complessa che spesso richiede diverse competenze professionali e diverse metodologie. Poi, nei fatti, il primo approccio, quello dei primi giorni dopo il trauma, è sostanzialmente di accompagnamento al dolore.

Girolamo Baldassare
Dottor Girolamo Baldassare

Un progetto di rete per la gestione del trauma fu attivato a San Giuliano nel 2002, quando il Molise seppellì 31 persone, tra cui 27 bambini. Tra i vari professionisti all’opera c’era anche il dottor Gino (Girolamo all’anagrafe) Baldassarre, psicologo al Consultorio di Larino: “Il supporto immediato, quello che si porta nelle prime ore e nei primi giorni a chi viene colpito da evento traumatico, è l’ascolto, è la semplice presenza, è il brodino caldo, la coperta.. – spiega – L’approccio della prima emergenza non prevede strumenti e tecniche specifiche. E’ un’umanità, fatta di specialisti, che condivide. E lo fa attraverso forme di rassicurazione, senza sollecitare nulla, lasciando i tempi necessari alla riflessione”.

D’altra parte davanti a queste tragedie ogni persona reagisce a modo suo, con tempi e modi propri. “Solo una parte del gruppo sviluppa forme patologiche e questo si verifica successivamente – aggiunge il dottor Baldassarre – Dalla mia personale esperienza mi sono reso conto che l’essere umano ha un’incredibile capacità di adattamento alla situazione imprevista e per identificare disturbi post traumatici da stress occorre aspettare il tempo necessario”.

Superati i giorni del disorientamento, dello shock, quelli durante i quali le persone coinvolte fanno fatica a realizzare l’accaduto, per l’intervento di carattere psicologico si cominciano, passo dopo passo, a mettere in campo i primi strumenti. “Una delle tecniche più utilizzate è il defusing – spiega ancora Baldassarre – Si utilizza sui gruppi e va a toccare aspetti emotivi più profondi. All’epoca fu utilizzato in tendopoli, con risultati decisamente positivi”.

Il defusing offre agli individui vittime di un trauma la possibilità di esternare e confrontare con altri i propri pensieri, ricordi ed emozioni più disturbanti, in modo tale da comprenderli e normalizzarli. Consiste in un’analisi dettagliata del disagio e mira a fare il punto su pensieri, sensazioni, reazioni emotive e comportamenti che si sono manifestati durante e dopo l’evento.

“Naturalmente accanto alle terapie di gruppo si lavora sul singolo laddove è necessario – conclude Baldassarre – a seconda delle reazioni e delle esigenze di ciascuno. Per accompagnare le persone verso la consapevolezza di quanto accaduto e aiutarle a riprendere piano piano una vita, per quanto possibile, normale”.