Terrorismo, nella mente degli attentatori, ma anche delle vittime

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Terrorismo, nella mente degli attentatori, ma anche delle vittime

Sono giovani, single, astuti e ambiziosi. Ragazzi che non sempre provengono da famiglie disagiate, spesso di media cultura, con traumi alle spalle come la morte. Il terrorista è motivato, disciplinato, tollera lo stress, ha capacità di concentrazione sull’obiettivo prefissato e forti aspettative di riscatto e crescita sociale. L’azione morale nasce dal dialogo interiore e l’assenza di questo dialogo trasforma le persone normali in agenti del male. Si accetta le responsabilità, le si ritengono necessarie, si minimizza la sofferenza delle vittime e si disumanizza il nemico. Il terrorista islamico ha una fede incondizionata nel Corano che accetta senza critica. È ossessionato da un’idea, influenzato da figure carismatiche e non scende a compromessi. Il terrorista è mosso da strategie pianificate, incompatibili con disturbi mentali gravi. Il “kamikaze”, così definito in termini tecnici, esaspera pensieri che non sono esclusivi di un malato, ad esempio la capacità di visualizzare il Paradiso, ma decide si annullare la sua vita, è certo che quello sia il sistema più nobile per raggiungere l’aldilà, fede e nazione sono l’unica strada di salvezza e si immola in loro nome perché li considera valori più alti della vita stessa. Riconduce il suo suicidio al martirio per la fede islamica. Per prepararsi all’operazione militare si concentra sugli aspetti operativi in modo da evitare quelli emotivi. Sono persone con una religione differente, territorio diverso, con voglia di vivere, idee e punti di vista apposti coloro che si trovano dell’altra parte, le vittime. Nonostante la maggior parte delle persone che subisce un attacco non ha gravi conseguenze psicologiche, la popolazione può avere reazioni emotive come rabbia, ansia, panico, terrore, tristezza, ma anche reazioni cognitive come disorientamento, confusione, ridotta capacità di concentrazione, conseguenze somatiche come insonnia, affaticabilità o reazioni comportamentali come facilità al pianto e reazioni di allarme. Sono più spesso lievi e transitorie, risposte normali a eventi straordinari che si riducono in pochi giorni, ma che interferiscono con la capacità di fronteggiare il trauma. Una catastrofe può far sviluppare nella persona un disturbo post traumatico da stress o anche disturbi psichiatrici, dipende dalla situazione. L’emotività entra nel corpo di chi resta e lacera come un coltello. Lascia ferite che il tempo dovrà cicatrizzare. Sono queste parole con cui gli psicologi dell’emergenza intendono descrivere il dolore che si nasconde dietro ad un evento disarmante. I due profili psicologici delineano le parti coinvolte nel terrorismo o in una catastrofe, che ancora oggi continuano ad essere presenti nella nostra quotidianità, ricordando l’ultimo attacco a Nizza e lo scontro dei treni nel barese.