I volontari della “Città Invisibile” raccontano il disagio abitativo a Termoli e le notti in stazione

Riceviamo e pubblichiamo il racconto dei volontari dell'associazione "La Città Invisibile" di Termoli che fa emergere la triste realtà di quanti, in condizioni di emergenza abitativa, sono costretti a trascorrere le notti all'addiaccio, in quello che è stato ribattezzato come "hotel station" e che hanno trovato nella solidarietà dei volontari dell'associazione conforto e aiuto. 

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“Abbiamo iniziato ad andare in stazione le prime volte nel periodo di Natale 2017, quando il freddo pungente ci ha fatto pensare a chi, senza una casa, era costretto a dormire lì. Così, in maniera spontanea, abbiamo iniziato a conoscere le persone che ‘abitano’ (per lo meno di notte) un luogo che spesso attraversiamo frettolosamente. Siamo andati a mani vuote, perché non sapevamo bene cosa fare. E quando chiedevamo loro di cosa ci fosse bisogno spesso dicevano semplicemente: “Un letto. Una casa”. Ma abbiamo continuato ad andare tanto che qualcuno dopo un po’ iniziava a chiederci “ma voi che ci venite a fare qua?”. Abituati più alle mani che danno cibo o cose, che a mani da stringere per salutare.

Ma era difficile per noi non sentirci impotenti. Andare senza portare una coperta, un sacco a pelo o un tè caldo, qualcosa da mangiare. Però abbiamo continuato, perché chiacchierando con loro venivamo a scoprire ogni giorno cose nuove, a conoscerci, a capire, e a costruire fiducia reciproca. E pian piano iniziavamo a scoprire anche i loro bisogni e problemi.

Abbiamo saputo che la sera non hanno nessun posto dove poter andare a mangiare, ma che ci sono tante persone più o meno organizzate che ogni tanto arrivano e portano panini, pasta, scarpe, cappotti, ecc. Abbiamo scoperto che molti luoghi e molte persone in giro per Termoli offrono durante il giorno un riparo o qualcosa da mangiare a tanti di loro. Ma ci hanno anche raccontato che tutti i giorni sono costretti a sopportare gli sguardi, i gesti e le parole di tanta gente che li disprezza e preferirebbe non vederli. Abbiamo provato a chiedere ai bar della zona di aprire un credito per offrire il caffè la mattina, uno dei bisogni più importanti per chi è costretto ad alzarsi col buio quando passano i primi treni (le cinque di mattina). Significava una decina di caffè pagati ogni giorno, ma nessuno ha accettato.

Abbiamo scoperto che molti preferiscono non andare al dormitorio: è troppo lontano da andarci a piedi (specie d’inverno col freddo), e troppo costoso andarci ogni giorno in autobus, gli orari sono rigidi, e non ci si può restare per più di 21 giorni di seguito (dopo i quali è obbligatorio restare fuori un mese), tant’è che capita di ritrovarsi fuori anche quando ci sono camere libere.

Abbiamo incontrato persone che hanno perso il lavoro per problemi di salute, persone che hanno lasciato il lavoro perché erano sfruttate. E che, caduti improvvisamente in povertà, senza appoggi esterni, hanno perso anche la casa. Abbiamo incontrato persone che hanno lavorato una vita, sono stati emigranti, e oggi a oltre sessant’anni non hanno una pensione e un tetto sulla testa. Abbiamo incontrato e incontriamo persone che fanno su e giù per l’Italia spostandosi in base a dove si può lavorare un po’, e quando possono lasciano Termoli per andare a lavorare in agricoltura per pochi euro all’ora, vivendo nelle baraccopoli-ghetto.

Nessuna delle persone che abbiamo incontrato ha scelto di vivere per strada. Tutti vorrebbero una vita ‘normale’, con una casa, un letto dove riposare la schiena, un lavoro (per chi ha le forze e l’età) o un reddito (per chi il lavoro lo sta cercando, o non ha più la salute e gli anni per lavorare). In una società giusta ed equa nessuna di queste persone sarebbe finita a dormire per strada.

Senza offrire per il momento soluzioni, abbiamo iniziato a tamponare, come meglio possiamo, per ridurre il danno. Dopo le prime volte, ci siamo iniziati a organizzare. Abbiamo iniziato a capire, e loro hanno iniziato a fidarsi e a dirci di cosa avevano bisogno. A quel punto non ce la sentivamo di andare più a mani vuote. Abbiamo iniziato a portare pasti e bevande calde, prima in modo disordinato, dettato dall’emergenza freddo, poi sempre più organizzati.

Da gennaio abbiamo distribuito circa 300 pasti cucinati in casa, in maniera del tutto autorganizzata e autofinanziata, per tre volte a settimana, con una media di dieci pasti a sera. Siamo diventati un gruppo di una decina di volontari, abbiamo incontrato più di trenta persone, alcuni fissi, altri stabili ma a periodi alterni, altri solo di passaggio, e abbiamo registrato le loro condizioni di disagio e i loro problemi.

Ogni volta di più le chiacchiere ci portano a restare anche un paio ore con loro, fino a quando l’ultimo treno passa, ed è ora di andare a dormire. Perché il tempo a disposizione è poco e va sfruttato bene, nonostante non sia facile dormire con le luci accese tutta la notte, i megafoni che insistono con i loro annunci anche se non ci sono né treni né passeggeri, nonostante il freddo, i passanti disattenti che lasciano le porte aperte, i treni merci che sfrecciano in piena notte.

E però anche se adesso facciamo qualcosa di utile per loro, e passiamo un tempo piacevole insieme, è impossibile non tornarsene a casa con un grande senso di ingiustizia dentro. Ma è difficile poter promettere a queste persone che “le cose andranno meglio”. La situazione di chi è rimasto senza casa “è come quella di chi sta nelle sabbie mobili”, ci dice spesso uno degli ospiti qui all’ “Hotel Station“, come lo chiama lui. “Non è possibile uscirne da soli”. Perché stando in strada non puoi lavarti tutti i giorni, farti la barba, non hai vestiti puliti da mettere, ti ammali più facilmente, e se hai problemi di salute peggiorano. Di conseguenza fai sempre più fatica a trovare un lavoro, ad essere ascoltato dalle persone. La considerazione che si dà a un ‘barbone‘, presso i vari servizi, sanitari, assistenziali, uffici pubblici, spesso non è la stessa che si dà a una persona ‘normale’. E così la condizione di senza-casa diventa una ‘spirale’ in discesa, che si avvita su se stessa, e diventa sempre più difficile uscirne. E così che alcune persone dopo un po’ abbandonano persino l’idea di tornare a una vita ‘normale’, rinunciano a tentare, perché troppe volte sono stati rifiutati.

Soprattutto, oggi centinaia (e forse migliaia) di famiglie nel nostro territorio vivono in povertà o sono a rischio povertà. È facile ritrovarsi di colpo in una condizione che non si era mai immaginata prima. È un passo, che per tanti è sempre più vicino. Quante persone a Termoli hanno perso la casa negli ultimi anni, e vivono in macchina, oppure ospiti da parenti e amici?

I dati sul Molise ci dicono che gli sfratti eseguiti sono in aumento. Si tratta per la stragrande maggioranza di sfratti per morosità. E la morosità, lo sappiamo, di questi tempi è quasi sempre causata da condizioni economiche difficili, come la perdita di lavoro. Per molti nella fascia di età tra i cinquanta e i sessant’anni, si è troppo anziani per trovare un nuovo lavoro, e troppo giovani per la pensione. Ci si ritrova in un limbo, e per alcuni l’unica opzione che resta è la strada. Come purtroppo sappiamo la richiesta di case popolari è molto più alta rispetto agli alloggi disponibili (a Termoli ci sono 139 famiglie aventi diritto in graduatoria). La crisi ha colpito tanti che si sentivano al sicuro da questi problemi. Spesso la perdita della casa viene vissuta con un senso di colpa o di vergogna.

Noi vogliamo accompagnare chi è in cammino per la conquista della dignità. Per cominciare, vorremmo che questa ‘città invisibile‘ diventasse visibile. Vorremmo che chi si trova in emergenza casa non sia costretto a vergognarsi, a nascondersi o a chiedere aiuto in silenzio, o peggio si ritrovi da solo. Incontriamoci, parliamone, se ne può uscire insieme. E vorremmo che la Termoli solidale fosse una rete di sostegno.

Per questo lanciamo un appello a chi si trova in situazioni di difficoltà e ha perso o rischia di perdere la casa, e a chi sente di voler mettere a disposizione un po’ del proprio tempo, le mani e la testa per costruire insieme percorsi di solidarietà e liberazione”.