Lavoro vicino casa, ma la valigia è sempre pronta. Luca, un emigrato dei nostri giorni

Luca, dopo 10 dieci anni di lavoro all’estero, è rientrato, carico di speranze ma con i piedi ben calati nella realtà.

Voglio cambiare vita, mollo tutto e ricomincio fuori dal Molise, magari anche all’estero. Un giorno, forse, tornerò. A Luca è andata più o meno così…

Ci sono periodi nella vita nei quali ci si sente limitati dalle situazioni. Ci si sente passivi, inetti, stanchi. La quotidianità prende il sopravvento, come i doveri e le cose pratiche da sbrigare. Alla fine ci si ritrova stremati e insoddisfatti perché quello che manca è il tempo da dedicare a se stessi e a ciò che si vuole davvero fare. È in questi momenti che qualcuno può pensare che partire per crearsi una vita diversa sia la soluzione migliore. In Molise è routine ascoltare storie di ragazzi che vanno via: chi decide di studiare fuori, chi di lavorare, chi è in Erasmus, chi va via per sempre, chi torna e riparte e chi scompare a lungo per poi tornare.

Luca ha 29 anni, è di Cercemaggiore e nel 2008 si diploma all’Istituto Tecnico per Geometri di Campobasso. Ha lasciato il paese ed è rimasto fuori per quasi 10 anni, per poi tornare, preso in un’eterna morsa: cercare lavoro e rimanere accanto agli affetti. Lo capiamo dalla piacevole chiacchierata con lui.

Luca sei andato via solo per cercare lavoro o c’era qualcos’altro?

Ciò che mi ha portato ad andare via è stato il desiderio di conoscenza. Mi piaceva stare a Cercemaggiore, ma mi sentivo limitato. Le prospettive di crescita, soprattutto personale, erano poche. Ho sempre avuto la voglia di conoscere altri posti, infatti a 14 anni sono andato a lavorare fuori la prima volta. Da Giulianova avevo ricevuto una proposta di lavoro estivo e, dopo vari scontri con i miei genitori, sono partito. Una bella esperienza, davvero, già lì mi sono reso conto che sicuramente da grande avrei replicato, anzi ne ero certo. Infatti, dopo il diploma, sono andato a lavorare a Firenze. Ci sono rimasto per due anni, poi ho deciso di andare a Londra.

Via dall’Italia dunque: perché? Che cosa ti mancava?

A Firenze stavo bene, mi piaceva molto vivere li. Ho sempre lavorato nell’ambito della ristorazione, anche in molti bar. Mio padre ha un Bar, dal 1985, insomma mi sentivo a casa e a mio agio. Poi ho deciso di andare via perché non mi andava di stare in Italia e ho scelto Londra perché la vedevo un po’ come la New York dell’Europa. Forse qui potevo davvero crescere, imparare l’inglese e lavorare.

Certo non sarà stato semplice se non conoscevi la lingua, raccontaci l’impatto.

Traumatico direi. Scarso inglese e anche pochi soldi. Per fortuna c’era un mio amico dal quale mi sono appoggiato per le prime settimane. Giravo per Londra con una cartina geografica e una pila di curriculum ed evidenziavo ogni strada che percorrevo. La mia ricerca ha portato frutto però e quasi subito ho iniziato a lavorare nell’ambito della ristorazione, così ho potuto cercare una stanza. Ho imparato l’inglese velocemente e questa è stata la mia più grande fortuna. Avevo una grande voglia di lavorare, la città mi piaceva perché lì esiste ancora la meritocrazia. E sono stato premiato: da cameriere a barman, da barman a vice manager di sala: sono stati tre anni intensi. Guadagnavo molto bene e il lavoro mi piaceva ed è sempre così: da cosa nasce cosa. Infatti ho ricevuto una proposta per un’occupazione in Germania, che vedevo in qualche modo più vicina all’Italia.

E’ vero che in Germania hanno studiato tutti l’inglese, ma anche lì non conoscevi la lingua. Non ti spaventava l’idea di ricominciare daccapo?

A dire il vero no, perché rispetto a Londra per me erano cambiate le condizioni. Anche qui avevo la fortuna di avere un amico che mi ha ospitato e al contrario dell’Inghilterra quando sono arrivato avevo una stabilità economica ed è stato molto più semplice. Inoltre l’esperienza acquisita mi rendeva più forte, più sicuro di me. Certo la lingua tedesca non è semplice, ma dopo un anno e mezzo la parlavo fluentemente. Non mi sono abbattuto neanche quando il lavoro per cui mi ero trasferito è saltato: capita. Ho cercato altro e mi sono messo a lavorare lo stesso. Cinque anni, sempre nello stesso settore, la ristorazione che ormai è il mio lavoro. Non una professione fatta tanto per, ma proprio quello che volevo fare. Fino a provare ad aprire un’attività tutta mia, ma non ci sono riuscito: per una serie di motivi amministrativi non potevo realizzare il mio progetto e questo mi ha bloccato un po’. Inoltre la mancanza di casa si faceva sentire e allora, con la valigia in mano e tante speranze, l’anno scorso sono tornato a Cercemaggiore.

Che ambiente hai ritrovato? E come stanno ora le tue speranze?

L’ambiente per me non è mai cambiato: dopo dieci anni l’accoglienza degli amici di sempre e il fatto di avere tutti vicino non mi ha fatto rimpiangere nulla. Felice di stare accanto ai miei affetti ho iniziato a lavorare per una ditta di Campobasso fino all’estate, quando è venuta fuori la possibilità di aprire un locale tutto mio. Allora mi sono buttato nel progetto di quest’attività ed eccomi qui, come mi vedi, nel mio Bar. Le mie speranze però non si sono fermate qui, non considero questo un punto d’arrivo… In realtà, anche se il cuore sarà sempre a Cercemaggiore, la mia valigia in fondo è sempre pronta, con le speranze ancora dentro. Quello che sto costruendo vorrei che mi facesse restare qui. Io ci credo e costruisco il mio futuro giorno dopo giorno, senza mai fermarmi. Ma mi sento solo all’inizio.