Precarietà a 360 gradi

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Siamo soliti sentir parlare di precariato delle lauree umanistiche, a causa dei tagli all’istruzione e a causa della crescente precarietà dei fondi legati alla cultura. Così gli aspiranti “lavoratori della cultura” sono, oggi, costretti a svolgere impieghi distanti dal proprio percorso formativo; spesso si tratta di impieghi poco gratificanti e talvolta malpagati. Ormai la frase: “gli studi umanistici non hanno sbocchi lavorativi” è sulla bocca di tutti, come se fosse diventata la frase trend del mondo del lavoro. Anche chi non conosce assolutamente il percorso di studi che riguarda, per esempio, Filologia classica, con ferma sicurezza afferma: “sai, dopo sarà molto complicato. Non troverai uno sbocco occupazionale, non servono a nulla questi studi”. Magari si tratta di un precariato globale che riguarda un po’ tutti gli ambiti, certo meno quelli scientifici ed economici, ma non è un’affermazione da estremizzare, poiché ci sono alcuni casi non molto rosei. Pochi giorni fa incontro Serena, trent’anni, architetto, alle spalle un dottorato all’estero. È una ragazza molto solare che si mostra disponibile a parlare di lei e del suo lavoro. Serena è precaria, delusa e amareggiata dalla sua situazione. Si ritrova senza un’occupazione stabile poiché ha dedicato tre anni al dottorato di ricerca in Polonia e ora, per vari motivi, è tornata in Italia e sta valutando cosa fare per potersi realizzare.

Serena come mai ancora non hai trovato un’occupazione stabile, nonostante i tuoi studi?

Allora, la situazione è abbastanza complessa per quanto riguarda la mia situazione, nel senso che dovevo iniziare a fare l’architetto appena dopo la laurea. Io sono entrata nel mondo del lavoro, quel lavoro che tutti intendono, quattro anni dopo la fine dei miei studi poiché, dopo la laurea, vinsi un dottorato di ricerca in Polonia e sono stata quattro anni fuori casa, tre per il dottorato e il quarto anno ho lavorato, sempre in Polonia. Il problema è che il dottorato terminò e all’università non c’erano possibilità di rimanere. Sono stata un altro anno in Polonia, da Breslavia mi trasferii a Lodz, ma non facevo l’architetto. Che senso aveva stare fuori casa, sola, facendo l’addetta alla reception e non avendo nemmeno il tempo di cercare un lavoro in linea con i miei studi? Tornai a casa, in provincia di Avellino, riponendo qualche speranza.

Cosa è successo poi?

È successo che inizio a girarmi tutti gli architetti di Avellino. Cercavano collaboratori, ma con salari da fame. Mi facevano quasi pensare di restare a casa, anziché lavorare per loro. Oppure proponevano di farmi “appoggiare” presso i loro studi, ma dovevo essere autonoma. Dovevo, in pratica, aprirmi una Partita Iva. Ma non credo di potermelo permettere, almeno non ora, nello stesso giorno che inizio a lavorare. Sia chiaro, non è che non voglio, ma mi sembra un po’ azzardato.

Queste situazioni che hai incontrato cercando lavoro, cosa ti fanno pensare?     

Più che rabbia, provo delusione nei confronti di chi si reputa un professionista dell’ambito. In questo caso non ti comporti da professionista. Mi hanno fatta addirittura sentire in colpa per non aver iniziato a lavorare da subito come architetto, ma il mio sogno era quello di intraprendere la carriera accademica. Volevo stare all’università e continuare a studiare per tutta la vita Pianificazione. Non ho perso tempo, mi sono laureata con 110 e Lode presso la “Federico II” di Napoli e avevo appena compiuto 25 anni, parto un mese dopo la laurea e sono tornata a 29 anni e mezzo in Italia. Per gli altri è come se non avessi fatto nulla in questi anni. Come dire: a trent’anni un architetto che non ha mai fatto l’archietetto che archietetto è? Fare ricerca, insomma, è come se non fosse considerato un lavoro, anche se il mio dottorato era con borsa, quindi retribuito.

Cosa pensi di fare ora?                                                                                                   

Bella domanda. Non credo di aprirmi un mio studio, perché ora non ho le possibilità economiche. La precarietà costringe a fare cose che non vuoi, infatti ho conseguito degli esami integrativi per poter insegnare alle medie e alle superiori, cosa che non voglio fare, ma almeno mi apro anche questa strada. Sto studiando, ogni giorno, in continuazione, per partecipare a dei concorsi a cattedra, come ricercatrice, in varie università italiane.

Cosa ti senti di dire ai ragazzi che studiano o che hanno finito di studiare e non hanno la possibilità di realizzarsi immediatamente?                                                                  

Posso solo dire di non demordere mai. Certo, se durante il giorno si sta a letto anziché pensare a cosa fare e capire come muoversi, la depressione l’avrà vinta. E invece no, bisogna continuare a lottare per potersi realizzare, magari facendo anche cose che non ci riguardano, poiché siano dignitose. Dignitose perché ho lottato una vita intera contro lo sfruttamento, il lavoro a nero e i salari da fame e non voglio mollare proprio ora.

Ringraziamo Serena per la collaborazione, con la speranza che questo periodo poco roseo sia solo un trampolino di lancio per la sua vita.