Storie di migranti: stereotipi ed emarginazione. C’è chi prova ad andare oltre

La città invisibile è un gruppo di associazioni, operatori, attivisti e volontari che si occupano di problemi sociali a Termoli e nel basso Molise. Le loro attività includono sostegno alle persone senza fissa dimora a vittime di tratta e sfruttamento lavorativo e a tutti coloro che ne hanno bisogno. In queste ultime settimane i volontari del progetto si sono recati in alcuni centri di accoglienza del basso Molise per raccogliere alcune storie degli ospiti dei centri.

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Gli operatori de La città invisibile formano un gruppo eterogeneo di lavoratrici e lavoratori del sociale e operano quotidianamente all’interno di quel vasto pezzo di società noto come terzo settore: alcuni si occupano dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, altri sostengono le persone che attraversano fasi di dipendenza da sostanze nel loro percorso di recupero; alcuni accompagnano coloro che soffrono di un disagio mentale verso un reinserimento nella propria comunità di appartenenza, mentre altri ancora si occupano di aiutare i poveri, coloro che finiscono ai margini della società della crisi.

In queste settimane alcuni operatori si sono recati in vari centri del basso Molise e del termolese che ospitano migranti per ascoltare le loro storie. Gli operatori volontari riferiscono che gli ospiti del centro erano delusi dalle ultime notizie di cronaca che riguardano atti di razzismo, degli insulti, delle minacce e, in ultimo, dell’accaduto in Circumvesuviana, nel napoletano, in cui, attraverso un video che è diventato virale in rete, si vede un uomo insultare uno straniero difeso, fortunatamente, da una donna che viaggiava sullo stesso vagone.

Alcuni ragazzi, con un velo di tristezza, affermano: “ma perché ci vogliono fare questo? Perché ci odiano così? Non capiscono quello che abbiamo passato? Le persone dovrebbero conoscere quello che abbiamo vissuto. Così capirebbero perché siamo qui”.

Faith, nome di fantasia dice: “io ho vissuto nella Libia di Gheddafi. Ci sono stata otto anni. Lì solo perché eri nero potevi essere accoltellato, sparato o derubato per strada senza motivo. Magari lavoravi e non venivi pagato, oppure venivi pagato la metà di quello che ti era dovuto”. Faith ci spiega che il suo timore riguarda l’invisibilità delle persone che verranno. Già è difficile per chi vive ora in Italia, spesso sfruttato e ricattato.

“Io vivo qui, pago qui le tasse, anche se spesso sono costretta ad accettare di lavorare in nero. Molti di noi lavorano nelle campagne, sottopagati. Adesso l’Italia sta diventando come la Libia. Un paese dove non ci sono diritti umani. So cosa vuol dire, l’ho vissuto sulla mia pelle”, ce lo racconta mostrando una cicatrice sul braccio. “Questa è l’ultima che mi hanno fatto in Libia. Vogliono farci tornare schiavi, come era una volta[…], nel mio paese non ho nessuno da cui voglio tornare. In Libia non ho nessuno, da lì sono scappata. Mio figlio sta crescendo qui, va a scuola, voglio che cresca in pace. Sono venuta in Italia perché è un paese in pace. Sono venuta qui pensando di trovare la pace. Non mi aspettavo questo“.

Ne ha viste tante Faith. Sa cosa vuol dire vivere sotto una dittatura. La sua prospettiva ci aiuta a vedere meglio anche quello che sta succedendo a noi europei e italiani. Sa quanto è pericoloso il razzismo. Sa dove può portare il nazionalismo quando viene portato agli estremi. È preoccupata per le sorti dell’Europa e dell’Italia, che adesso è casa sua. “Se continuerà così l’Europa rischia una guerra. Una guerra tra europei. Ho vissuto queste cose, so cosa succede. Ho paura, ho davvero tanta paura“.

Ibrahim (nome di fantasia) si è accorto che il clima è cambiato e infatti dice: “vivo qui da 5 anni, ormai lavoro qui da tanto tempo, ma ultimamente quando vado a fare la spesa alcune persone mi guardano male. Pensano: dove ha preso quei soldi?”

Daniel (nome di fantasia) parla a bassa voce, parla ai suoi fratelli africani ma parla in italiano, dice “non sono bravo a parlare in pubblico”, ma poi tutti lo ascoltano in religioso silenzio. Lui che vive qua da anni, ha un lavoro, tanti amici, e adesso fa fatica a trovare una casa in affitto perché quando vedono che è nero i proprietari gli dicono di no. Sappiamo bene che la situazione è difficile anche per molti italiani. Nella guerra ai poveri che è in atto saranno colpiti tutti i più deboli, i poveri, i marginali, non solo i migranti. Stanno solo tentando di dividerci per fare meglio i loro interessi. Continua dicendo che “il Molise ci ha accolto, qui sto bene. È una regione tranquilla, si vive bene, non ci sono tanti problemi come in altri posti. Noi dobbiamo unirci a queste persone, metterci insieme agli italiani per fare qualcosa di buono qui“.

Sono storie commoventi che rendono noi e soprattutto gli operatori de La città invisibile, che lavorano quotidianamente per i più deboli, orgogliosi. Orgogliosi che proprio in Molise queste persone abbiano raccolto l’opportunità di incontrarsi, mettersi insieme, parlare dei loro problemi, e cercare insieme una soluzione. I diritti umani sono i diritti di ogni essere umano. Sono i diritti fondamentali, universali, inviolabili e indisponibili di ogni persona. I diritti umani sono fondamentali in quanto corrispondono ai bisogni vitali, spirituali e materiali della persona. Sono i diritti della persona alle libertà fondamentali civili, politiche, sociali, economiche, culturali. I diritti umani sono universali in quanto appartengono ad ogni essere umano per il solo fatto di essere tale, senza distinzione di razza, di colore di pelle, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica, di origine nazionale o sociale. I diritti umani sono inviolabili in quanto sono i diritti di cui nessun essere umano può essere privato e sono indisponibili in quanto sono i diritti a cui nessuno può rinunciare.

Al di là dell’odio e del razzismo c’è nuova umanità che ci sta insegnando di nuovo il significato della dignità, e come riconquistarla insieme.