Decreto Dignità: la pubblicità può aiutare a distinguere il gioco sicuro da quello illecito

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155 voti favorevoli, 125 contrari ed un astenuto, il Decreto Dignità diventa legge il 7 agosto 2018. È soprattutto il vicepremier in quota 5 Stelle Luigi Di Maio ad aver voluto questo provvedimento ed è stato lui il primo a difenderlo dalle svariate critiche che lo hanno accolto. Essendo un decreto che va a toccare molteplici settori le perplessità sono arrivate da più parti, dagli avversari politici agli industriali passando per i sindacati.

Tra le misure più osteggiate dagli addetti ai lavori vi è l’articolo 9, quello dedicato al contrasto del disturbo da gioco d’azzardo, un tema importante e delicato che secondo gli stessi operatori del gioco non è stato affrontato con la dovuta solerzia. Innanzitutto ecco quali sono i punti cardine dell’osteggiato articolo:

  • Divieto di pubblicità, diretta o indiretta, relativa a giochi e scommesse;
  • Sostituzione della locuzione “ludopatia” con “disturbo da gioco d’azzardo”;
  • Aumento graduale nei prossimi 5 anni del prelievo erariale unico sugli apparecchi;
  • Lettore per tessera sanitaria obbligatorio sugli apparecchi dal 1° gennaio 2020;
  • I contratti pubblicitari firmati entro il 14 luglio 2018 (entrata in vigore della legge) resteranno validi per la durata di un anno. Le sponsorizzazioni saranno, invece, invalidate a partire dal 1° gennaio 2019.

La logica premessa è che il contrasto al gioco compulsivo è un obiettivo ragguardevole, non contestabile e anche al centro dell’impegno profuso dalle stesse società di betting per invogliare i giocatori ad un rapporto con il gioco basato sul divertimento e non nevrotico. Esistono oggi sistemi di autovalutazione della propria dipendenza, funzioni di auto blocco o auto esclusione dal gioco. Insomma, chi vuole rovinarsi col gioco può riuscirci benissimo, nonostante questo esistono già molti strumenti adatti soprattutto a chi sa di essere un soggetto a rischio.

Di Maio ha imposto uno step ancora più duro: eliminare la pubblicità. Facciamo un ragionamento pratico: un giocatore, non per forza “addicted”, non ha bisogno della pubblicità per ricordarsi di giocare, la pubblicità attrae soprattutto i nuovi scommettitori, specie i giovani (è del 49% la percentuale dei giovani tra i 14 e i 19 anni che hanno giocato d’azzardo almeno una volta all’anno). Quindi con questa manovra il M5S non si è posto l’obiettivo di aiutare i ludopatici ma di evitare che ne emergano di nuovi.

Gli operatori del settore segnalano però che con questa manovra si andrà a favorire il gioco illecito. La pubblicità infatti contribuisce a distinguere il gioco legale da quello illegale, viceversa, un atteggiamento di tipo proibizionista non può che portare al successo dei luoghi in cui viene proposto il gioco clandestino. Ma è davvero possibile che la reclame aiuti a distinguere il legale sicuro dall’illecito non sicuro? Per quanto forte, questa affermazione potrebbe nascondere del vero.

A confermarlo ci sarebbero i ricercatori della CQUniversity di Bundaberg che avrebbero effettuato la ricerca “Effetti della pubblicità e l’incentivo al gioco” usando come campione 400 appassionati di scommesse ippiche e 300 soggetti che praticano con regolarità scommesse sportive. Sono stati esposti a svariati tipi di pubblicità per tre diversi periodi di osservazione: gli scommettitori sportivi hanno fatto registrare un calo della spesa totale e nelle interviste finali hanno dichiarato che i messaggi visti durante l’evento sportivo li avrebbero indotti a essere più prudenti nelle scommesse.

È solo una ricerca, ma serve a capire che la pubblicità non è solo un elemento coercitivo e maligno. Un altro esempio è rappresentato dal progetto portato avanti dall’AC Milan insieme alla storica agenzia di scommesse Snai: l’iniziativa “Giù le mani dal pallone” per entrare a gamba tesa sul fenomeno del match fixing ovvero delle partite truccate. Lezioni per i più giovani, momenti di formazione ma anche spot e video dimostrativi che hanno come testimonial alcuni calciatori della rosa milanista. Queste clip però, nonostante il valore sociale, non saranno trasmesse considerato il divieto imposto dal governo.

È questo che in effetti si chiede all’esecutivo: non fare di tutta l’erba un fascio, non lavorare all’annientamento di uno strumento che può essere meglio regolato ma tornare sempre utile. Ciò che hanno in comune le varie istanze, soprattutto, è la necessità di apertura di un tavolo collettivo per presentare le varie criticità riscontrate nel provvedimento e procedere a strutturare una riforma complessiva del settore che condivida lo stesso scopo dell’attuale articolo 9 del Decreto Dignità: promuovere il gioco sicuro e responsabile.