Cop 24, la conferenza Onu sui cambiamenti climatici

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La 24° Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è incominciata. La città industriale di Katowice, in Polonia, il 3 dicembre ha avviato il dibattito intorno ai pericoli del riscaldamento globale, che si concluderà il 14 dicembre, con il principale obiettivo di definire un “Rule Book“, un libro guida per attuare tutti i principi dell’Accordo di Parigi del 2015, che entrerà in vigore nel 2020. Dall’incontro, che coinvolgerà quasi 200 nazioni e oltre 30000 delegati, dovranno emergere nuove soluzioni per limitare le emissioni di gas serra nell’atmosfera, perché le politiche adottate a livello globale fino ad ora non si sono rivelate soddisfacenti. Gli impegni intrapresi in seguito all’Accordo di Parigi, infatti, coprono soltanto un terzo di ciò che è necessario per mantenere la temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C.

È necessario, quindi, un nuovo progetto globale che includa tutte le nazioni, non solo quelle del G20, perché non c’è più tempo da perdere. Come ha ribadito l’ultimo Rapporto Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’aumento della temperatura oltre 1,5° causerebbe danni permanenti al pianeta: perdita irreversibile di habitat nell’Artico e nell’Antartico, scomparsa delle barriere coralline, aumento del livello del mare. Aumenterebbe inoltre il numero dei migranti climatici: oltre 300 milioni di persone rischiano di non avere a diposizione l’acqua.

Secondo il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Walter Ricciardi: “Si corre il serio rischio che i nostri nipoti non possano stare all’aria aperta per gran parte dell’anno a causa dell’aumento delle temperature: il pericolo concreto è che le ondate di calore, che nel 2003 hanno fatto 70mila morti, possano passare da periodi limitati dell’anno a oltre 200 giorni l’anno in alcune parti del mondo”. Giuseppe Onufrio, Direttore esecutivo di Greenpeace Italia, ha dichiarato: “I livelli di CO2 hanno raggiunto valori record: la stima è di 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017: un valore che non si registrava in atmosfera negli ultimi 3/5 milioni di anni. Il 2018 sia avvia a essere il quarto anno più caldo di sempre: i venti anni più caldi sono stati tutti registrati negli ultimi 22 anni. Il rapporto ‘UNEP Emission Gap’ rivela che i Paesi devono aumentare di cinque volte le riduzioni di emissioni di gas serra per centrare l’obiettivo 1,5 gradi. A fronte di queste notizie negative ce ne sono però altre che ci danno speranze: l’Unione europea ha ripreso una forte leadership sul clima e ha proposto un obiettivo ‘emissioni zero’ al 2050. Tuttavia, per restare entro 1,5 gradi questo obiettivo deve essere anticipato al 2040”.

L’impegno dell’Europa si è concretizzato negli ultimi mesi con la sottoscrizione del documento “un’iniziativa per una maggiore ambizione climatica”, che ha visto come principali protagonisti 16 Paesi europei: Italia, Germania, Austria, Paesi Bassi, Ungheria, Portogallo, Svizzera, Cipro, Finlandia, Grecia, Islanda, Irlanda, Lettonia, Lituana e Slovenia. Tuttavia alle parole devono seguire i fatti. Lo sanno bene le 65000 persone che hanno marciato a Bruxelles lo scorso 2 dicembre, lanciando un messaggio chiaro: “Non esiste un pianeta B”. Il pericolo dei cambiamenti climatici, però, non sembra essere una priorità per molti importanti governi, a partire dagli Usa. Già nel 2016 il presidente Donald Trump aveva annunciato di ritirare gli Usa dall’Accordo di Parigi. Una posizione analoga è stata assunta nei giorni scorsi da Jair Bolsonaro in Brasile, dal quale dipenderà il futuro della foresta amazzonica. In Europa, invece, un esempio negativo arriva dalla Germania, che non ha ridotto il consumo di combustibile fossile. Il 40,3 per cento della sua energia elettrica viene prodotta, infatti, dalla combustione di lignite, responsabile di oltre un terzo della produzione di CO2 nel Paese. La transizione energetica mondiale è quindi ancora lontana. E la conferma arriva da Andrzej Duda, presidente della Polonia, che ha dichiarato che il carbone è una materia prima strategica che garantisce la sovranità energetica dei polacchi. Varsavia conta ancora sul carbone per l’80 per cento del suo fabbisogno energetico, e prevede di arrivare al 50 per cento. Ma il target fissato dall’Europa per quella data è del 40%. Gli interessi nazionali prevalgono ancora sulle strategie globali e non bastano gli allarmi lanciati dagli scienziati, secondo i quali il mondo può evitare una crisi climatica solo se rinuncerà definitivamente all’uso del carbone entro il 2030.