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Alzheimer: la malattia
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[accordions] [accordion title=”Cos’e’ la demenza alzheimer?” visible=”no”]
Con il termine “demenza” si indica una sindrome, ossia un insieme di sintomi, che si manifesta con un declino progressivo delle funzioni cognitive, tale da compromettere le usuali attività (lavoro, hobby, interessi) e le relazioni. L’aumentare dell’età porta ad un indebolimento generale della memoria, spesso gli anziani si lamentano di non ricordare più come una volta. Questa mancanza non sempre è casuale, oppure associata a disattenzione, ma può essere associata ad un inizio di declinio cognitivo. Il normale invecchiamento cerebrale provoca modificazioni delle attività cognitive senza alterare le capacità di svolgere una normale vita di relazione. Le difficoltà di memoria sono tra le manifestazioni più evidenti e precoci dell’invecchiamento cerebrale e, spesso possono essere scatenate anche da eventi stressanti come un lutto o una malattia del corpo. Non è facile distinguere se un disturbo di memoria è una “normale smemoratezza”, dovuta all’età o a un disturbo ansioso-depressivo, oppure se rappresenta l’esordio di una malattia che potrebbe condurre a un decadimento delle funzioni intellettive. Quando si manifestano le prime avvisaglie di decadimento cognitivo è di fondamentale importanza rivolgersi al medico di base e se quest’ultimo ritiene opportuno, prenotare una visita specialistica. Ci sono alcuni aspetti che possono aiutare a capire se siamo di fronte ad una situazione normale oppure alla fase iniziale di una malattia. Se il deficit di memoria è sporadico, non associato ad altri sintomi cognitivi (orientamento, linguaggio, ragionamento, critica e giudizio), non ha caratteri di progressione, dovrebbe essere considerato come una “smemoratezza senile” che non evolve verso la compromissione globale, potrebbe essere una manifestazione di uno stato depressivo o di una reazione ansiosa, in caso contrario si consiglia rivolgersi al proprio medico di base.
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[accordion title=”Come riconoscere la demenza alzheimer?”]
Le caratteristiche cliniche della malattia possono variare notevolmente da soggetto a soggetto, tuttavia il più precoce ed evidente sintomo è in genere una perdita significativa della memoria, si manifesta con la dimenticanza di nomi di persone, luoghi, eventi appena vissuti, impegni o appuntamenti significativi. Spesso, a questo primo sintomo, si associano altri disturbi quali; Disorientamento nel tempo e nello spazio, perdere la strada di casa, non sapere dove si trova o non orientarsi nel luogo, soprattutto se conosciuto; Problemi di linguaggio, ridurre il numero delle parole che si usano semplificando il linguaggio, avere difficoltà a denominare gli oggetti di uso comune, utilizzare termini impropri, difficoltà nel capire ciò che gli altri dicono o chiedono. A queste disfunzioni si accompagnano spesso con comportamenti aggressivi, attività motoria aberrante, agitazione psicomotoria, deliri, allucinazioni, labilità tono dell’umore, depressione, inerzia motoria e comportamentale. I seguenti sintomi verranno trattati in maniera dettagliata successivamente.
[/accordion][accordion title=”Come migliorare la comunicazione?”]
Come sottolineato in precedenza si possono riscontrare problemi del linguaggio, in questo caso bisogna accertarsi che il paziente possa sentire, bisogna usare parole semplici e concrete, parlare lentamente, rivolgere una sola domanda alla volta e diretta, non avere fretta dare abbastanza tempo per rispondere, abbassare il tono della voce ed evitare espressioni brusche, non interrompere e ne contraddire, suggerire la parola che non riesce a trovare, porsi di fronte al paziente e stabilire un contatto visivo, eliminare rumori ed altri distrattori, accompagnare le frasi con gesti, espressioni del viso e atteggiamenti esplicativi, prestare attenzione al contatto fisico che non deve mai essere brusco o interpretabile come violento, prestare attenzione alle variazioni delle espressioni del volto della persona con demenza di grado più avanzato.
[/accordion][accordion title=”Come gestire una persona alzheimer?”]
Tra i sintomi caratteristici della demenza possiamo riscontrare:
L’aggressività comportamento che può manifestarsi sia sotto forma di aggressività verbale (insulti, parolacce, bestemmie, maledizioni, linguaggio scurrile) che, più raramente, sotto forma di aggressività fisica (il malato picchia, graffia, cerca di mordere, scalcia, spunta, oppone resistenza, respinge). Tali manifestazioni, anche se appaiono improvvisamente e apparentemente non sembrano determinate da qualcosa di specifico, costituiscono molto spesso una vera e propria reazione difensiva del malato da qualcosa da cui si è sentito minacciato; non va dimenticato mai infatti che chi è demente non è in grado di leggere, decodificare, interpretare, comprendere pienamente ciò che accade intorno a lui o ciò che gli si richiede. Può dunque accadere che un semplice nostro avvicinarsi senza preavviso sia interpretato dal malato come una minaccia; ad esempio, il malato che è in difficoltà a localizzare la provenienza dei suoni, può non riconoscere il passo tranquillo di una persona che si avvicina e reagire con improvvisa aggressività quando la persona compare davanti a lui, per il malato è come se quella persona si fosse materializzata all’improvviso spaventandolo e quindi inducendolo una impulsiva reazione di attacco a scopo difensivo. Viene cioè sempre a mancare la mediazione delle funzioni cognitive che, consentendo di decodificare per tempo i messaggi dell’ambiente, permettono di organizzare anche risposte comportamenti congruenti, cioè logicamente conseguenti agli stimoli. Anche un tono di voce un po’ aspro o irritato può essere vissuto dal malato come un attacco rivolto a lui, il malato potrebbe cioè non comprendere il significato delle nostre parole. Frequentemente con la richiesta di compiere alcune manovre assistenziali, l’igiene della persona, il bagno, il vestirsi, lo svestirsi. Tutte queste operazioni implicano un contatto con il corpo del malato che può essere vissuto come un’invadenza, una violazione, una violenza, se infatti nel malato è andato smarrito il concetto di lavarsi, cioè ciò che rappresenta questo atto per la nostra convivenza con gli altri e per il rapporto con noi stessi; se l’acqua non è più riconosciuta, ma viene avvertita come qualcosa di estraneo e incomprensibile, e cosi tutti i gesti che accompagnano il lavarsi, si può capire quanto difficile sia per il malato analogamente, il vestirsi prima e lo spogliarsi più avanti, divengono manovre prive di significato per il malato che ne coglie soltanto gli aspetti di invadenza e violazione nei confronti del proprio corpo quando vengono eseguiti da altri. Anche il tentativo di obbligare il malato a svolgere qualsiasi altra azione che in quel momento egli non comprende può indurre una sua risposta comportamentale aggressiva, così come l’interferenza, anche involontaria, in qualche azione che egli sta svolgendo. Interrompere una qualsiasi attività del malato per indurlo ad un’altra occupazione può costituire, per le sue capacità di comprensione dei messaggi, soltanto una fastidiosa irruzione di qualcosa di incomprensibile nella sua concentrazione a stento mantenuta su qualcosa che lo interessa o lo tiene occupato senza eccessiva fatica. Comportamenti aggressivi possono altresì essere indotti da un malessere fisico presente nel malato: il malato può avere qualche dolore (male di stomaco, dolori artrosici, dolori addominali per stitichezza) o sta ‘covando’ qualche malattia (una influenza, una infezione). La sua irritazione potrebbe dunque venire da una sofferenza fisica che il malato non sa manifestare in altro modo. Come chiunque di noi si innervosisce quando sta bene, lo stesso accade nel soggetto con demenza che però non è in grado di padroneggiare la situazione (dire che ha male, dove ha male, che tipo di male prova) e manifesta il suo coraggio esclusivamente attraverso comportamenti aggressivi. E’ anche importante ricordare che, in alcune situazioni e poi negli stadi più avanzati della malattia, il comportamento aggressivo può essere direttamente causato dal danno cerebrale, cioè dalla compromissione di specifiche aree del cervello. Può altresì essere conseguente all’uso improprio di farmaci. Bisogna innanzitutto, evitare almeno a ridurre al minimo situazioni che possono essere vissute come minacciose dal malato. Quando l’igiene, il vestirsi, lo spogliarsi ecc.. sono indispensabili, si può ricorrere alla distrazione del malato per compiere le manovre necessarie a tali operazioni ammortizzando, se non eliminando in buona parte, le sue reazioni aggressive. Occorre cioè fare leva sul deficit dell’attenzione proprio della demenza: spostando, attirando l’attenzione del malato su uno stimolo per lui piacevole, che gli produce benessere, che lo interessa, diminuiamo la quantità di attenzione a disposizione per seguire le manovre assistenziali che noi dobbiamo compiere. Va da sé che per ogni malato esiste qualcosa di interessante e attraente: si tratta di individuare uno o più di questi stimoli, farne tesoro ed impiegarli al momento opportuno; può trattarsi di una canzone dei vecchi tempi, una filastrocca, un ricordo che il malato recupera senza eccessiva fatica dalla memoria e la cui ripetizione lo mantiene concentrato per un po’ di tempo, privandolo delle risorse necessarie per badare a quei gesti o manovre che stiamo compiendo su di lui. Oppure potremmo provare a dargli da tenere in mano qualcosa che lo interessa, o offrirgli qualche cibo gradito. Evitare di insistere, rinviando a un secondo momento la proposta che ha provocato una prima risposta irritata, può essere una buona soluzione. Tornando da lui dopo poco, la sua convinzione può essere abbastanza mutata da accogliere la medesima proposta con maggiore disponibilità; può cioè accadere che, in momenti diversi, il messaggio verbale o non verbale che gli porgiamo sia più o meno facilmente comprensibile dal malato. Allo stesso modo può essere utile, potendolo fare, cambiare la persona che propone una certa attività: se cioè, per esempio, la richiesta del coniuge di andare a tavola non ha esordito altro effetto che una rispostaccia, la stessa proposta rinnovata di li a poco da un figlio, potrebbe indurre una immediata risposta positiva. Ciò non significa che uno dei due è più bravo, ma semplicemente che, una serie di elementi presenti nelle due situazioni sono stati recepiti in maniera diversa o che, in occasione della seconda proposta, il messaggio ha trovato una via di accesso al cervello che prima era preclusa. Anche l’autorevolezza, la sicurezza, la calma che dimostriamo attraverso gli atteggiamenti del volto, del corpo, dei gesti, della voce e che costituiscono elementi di comunicazione non verbale ben percepiti dal malato anche in stati avanzati della malattia, giocano un ruolo importante nell’efficacia del passaggio delle informazioni. Può altresì accadere che il malato si dimostri inspiegabilmente docile con qualcuno forse in virtù di qualche tratto somatico che trae positivamente il malato, viceversa, oppositivo e aggressivo nei confronti di qualcun altro che ha magari il solo difetto di richiamare alla mente del malato (che però non ce lo sa dire) il ricordo di un volto detestato in gioventù. Insomma cosi come una persona può risultare istintivamente simpatica o antipatica, lo stesso fenomeno può presentarsi nel malato che però, a differenza di chi è sano, non è in grado di controllare le proprie reazioni né di dare un significato a ciò che vede e prova. Se riusciamo a comprendere che nell’aggressività del malato nei nostri confronti non è alcuna intenzionalità, che la sua rabbia verbale o fisica non è consapevolmente rivolta verso di noi, ma costituisce unicamente l’espressione di un disagio, ne consegue che non ha alcun senso sgridare il malato per i suoi comportamenti aggressivi, fargli la predica sui comportamenti che deve tenere, domandargli perché si comporta cosi, attendersi una giustificazione da parte sua, chiedergli che non lo faccia più, aspettarsi che non lo faccia più. Ricordiamoci che ha anche deficit importanti di memoria e soprattutto è sempre in difficoltà nei compiti di decodifica degli stimoli, dei messaggi, delle situazioni. Per contenere questo disturbo è importante comportarsi correttamente nei confronti del malato, eliminando i possibili elementi di disturbo ambientale e prestando attenzione alle malattie fisiche presenti. L’aggressività verbale non è migliorabile con l’uso di farmaci. Per talune forme di aggressività fisica, invece, esistono farmaci che riducono il livello di aggressività del malato. E’ sempre opportuno fare riferimento, al proprio medico di medicina generale o specialista di competenza.
Attività motoria aberrante, si possono identificare due aree di espressione di questo disturbo del comportamento: il vagabondaggio e l’affaccendamento. Il vagabondaggio, consiste sostanzialmente in un attività di deambulazione incessante del malato che tende a continuare a camminare senza una meta e uno scopo precisi, rispondendo a un impulso, bisogno interiore incontrollabile. L’affaccendamento, indica invece tutti quei gesti e comportamenti ripetitivi svolti senza una finalità apparente. Il malato appare indaffarato il senso, ma che lo vedono ‘impiegato’ in una continua ripetizione, quasi automatica; esempio, il malato apre e rovista dentro i cassetti, armadi, borsetta, contenitori vari come se stesse cercando qualcosa o mettendo a posto; ripete gesti stereotipati come strofinare lenzuola o abiti, lisciare superfici, manipolare bottoni, orli, maniche; si toglie i vestiti, le calze, le scarpe, si spoglia; si arrotola i pantaloni al ginocchio; si tira su la gonna; svita, smonta, lacera, distrugge oggetti; sottrae o nasconde anche addosso a sé oggetti vari; sposta oggetti da una parte all’altra dell’ambiente. Altre espressioni dell’attività motoria aberrante possono essere considerate la ripetizione continua e monotona di numeri, filastrocche, parole, brani di canzoni, ma anche il portare alla bocca materiali commestibili e non commestibili. Una delle cause di questi comportamenti è l’ansia cosi presente in molti di questi malati. E’ del tutto comprensibile che la demenza, privando il malato a poco a poco di quasi tutti i suoi punti di riferimento (non sa più chi è, che cosa è stato, dove e come trovare le parole giuste, come arrivare alla fine di una sequenza di movimenti , dove deve andare, dove si collocano le cose attorno a lui, che cosa aveva intenzione di fare pochi istanti prima) produca ansia. L’ansia è uno stato emotivo che tutti ben conosciamo, e abbiamo provato difronte a qualcosa di incerto, di non definito, di nuovo, di ignoto; qualcosa che non dipende da noi, ma da altri; in queste situazioni è difficile restare fermi ad attendere l’evolversi della cosa; l’ansia trova infatti una valvola di scarico preferenziale nell’attività motoria. Qualcuno passeggia avanti e dietro altri tirano fuori la sigaretta, altri ancora iniziano e sospendono altre mille attività senza concluderne nessuna; qualcuno tamburella le dita sul tavolo, qualcun altro contorce le mani. È probabile che l’attività motoria aberrante del soggetto demente corrisponda pienamente ai nostri comportamenti di soggetti cognitivamente sani, con la differenza che i gesti del malato divengono ancora più inconcludenti fino a diventare a volte incomprensibili. Se alcuni gesti e comportamenti ripetuti dal malato richiamino parte della gestualità precedente la malattia è spiegabile come modalità di riempimento di un tempo che molto spesso diviene vuoto per il malato; sia perché il malato è anziano e quindi non ha più un attività lavorativa che lo occupa per buona parte della giornata, sia perché chi lo assiste spesso si sostituisce a lui che non è in grado di svolgere correttamente molte attività o comunque le lascia in sospeso (es. aprassia). Il processo di deterioramento della memoria sgretola i ricordi del passato, pur senza conservarle perfettamente integre, si comprende che la ripetizione parziale di vecchi gesti è il riflesso dello stadio di regressione della memoria autobiografica del malato. Questa spiegazione aiuta a capire la ripetizione di gesti che ricordano il filare piuttosto che la sistemazione dei tralci delle vite o la raccolta di erba o la misurazione delle pezza di stoffa. Ognuno di questi gesti rimanda a un compito o a un mestiere svolto per esempio in età giovanile dal malato. Questi comportamenti motori, che compaiono in genere in una fase intermedia della malattia, possono essere innescati anche dalla presenza di stimoli ambientali che causano disagio nel malato; ad esempio momenti di confusione, ambienti vasti e noia. Il vagabondaggio può iniziare anche in seguito all’impulso di alzarsi per andare a fare qualcosa, andare in bagno, bere, e mangiare. Pochi istanti dopo l’avvio del cammino, però, il malato non ricorda più il motivo per cui si è mosso, forse con l’intenzione di cercare qualcosa che gli ricordi l’intenzione iniziale, continua a camminare senza riuscire più a fermarsi. Sembra anzi che il malato non si stanchi; che non senta più gli stimoli della fame, della sete, della minzione; che non avverta dolore; che riesca a superare anche ostacoli ambientali (fossati, tracciati accidentati, salite); che non si accorga della temperatura e delle condizioni atmosferiche. In realtà il malato avverte queste cose; ma, da una parte, non può fermarsi, dall’altra, il disagio che gli procurano le difficoltà, acuendo la sua ansia e il suo malessere, lo spinge a continuare a camminare ancora di più. Si innesta un circolo vizioso difficile da interrompere anche perché l’aumento dell’ansia nel malato ne rende anche meno efficienti le capacità cognitive residue. Accade così che il malato prosegua in questa attività di deambulazione incessante senza pause, a volte non fermandosi neanche di notte o nemmeno per mangiare. In caso di vagabondaggio è meglio assecondare l’irrefrenabile impulso, piuttosto che cercare di farlo smettere, occorre comprendere, che il malato si comporta così non perché lo vuole coscientemente, ma perché non ne può fare a meno; è come se dentro di lui si fosse rotto l’interruttore che spegne, interrompe, inibisce quel comportamento e funzionasse soltanto quello che lo attiva. È importante però permettergli di camminare in un ambiente possibilmente protetto, cioè limitato al massimo i rischi e pericoli a cui può andare incontro. Indicazioni utili sono dunque accompagnarlo, anche seguendolo a distanza in modo da intervenire esclusivamente in caso di bisogno, per non accentuare l’ansia derivante dalla costante presenza di qualcuno che il malato può avvertire come limitazione della propria libertà, come fastidio; essere attenti al tipo di calzature che indossa; evitare l’uso di ciabatte o di calzature che non consentono un appoggio sicuro del piede perché non sostengono la caviglia aumentando il rischio di caduta. Se si nota stanchezza nel malato e trascina l’andatura, oppure ha le gambe gonfie ecc.. può essere utile, per indurlo a riposare un poco fermandosi, proporgli attività semplici o semplificate che lo interessino e lo tengano impegnato per qualche tempo, anche se per pochi minuti. Qualche attività che interessi e tranquillizzi il malato è idonea allo scopo. Il familiare è il soggetto più idoneo a identificare l’attività giusta. Può essere anche utile proporre, in sequenza, più di una attività, in modo che, non appena si noti che il malato si distrae o smette l’attività in corso, se ne proponga un’altra al fine di prolungare il periodo di pausa o sosta. Un attenzione particolare dovrà essere riservata alle condizioni generali del malato in quanto la ridotta tendenza a bere e a mangiare di molti di questi malati associata ad un maggiore consumo energetico derivante dall’attività motoria, determinando con più facilità l’insorgenza di fenomeni di malnutrizione e disidratazione. In caso di affaccendamento, utile lasciarlo fare, assicurandosi che utilizzi, eventualmente fornendoglieli, materiali che possa manipolare senza pericoli per sé e per gli altri. Altrettanto utile può essere predisporre mobili e spazi totalmente a sua disposizione nei quali possa rovistare, riporre, ordinare a suo modo oggetti o materiali. Tenerlo occupato in attività domestiche, parti di attività conosciute (lavorative o hobbistiche), può servire a orientare l’impulso motorio su attività meno afinalistiche e in grado di produrre nel soggetto soddisfazione per il risultato ottenuto e quindi benessere complessivo. Non esistono farmaci specifici in grado di ridurre l’impulso a deambulare in maniera incessante o a svolgere attività motoria afinalistica. Anzi, i normali farmaci ad azione sedativa spesso peggiorano la performance motoria del soggetto demente; l’ammalato pertanto continua ad avere lo stimolo a muoversi, ma lo fa in maniera meno sicura e con più alto rischio di caduta. Il vagabondaggio e l’affaccendamento non devono costituire motivi per l’uso della contenzione fisica se non in casi estremamente limitati quando queste attività risultano essere oggettivamente pericolose per il soggetto. Va considerato che l’applicazione del mezzo di contenzione aumenta i rischi di cadute, il livello di ansia, agitazione, aggressività del malato.
Agitazione psicomotoria, quando è presente questo disturbo del comportamento il malato esprime ansia, tensione, inquietudine, timore. Il malato non riesce a stare fermo oppure continua a chiedere di qualcuno che deve arrivare, oppure manifesta paure per qualcosa di indefinito. Spesso si disorienta sia nel tempo che nello spazio. A volte può anche reagire in maniera eccessiva, spropositata ad una situazione; questa modalità di comportamento è anche denominata reazione catastrofica, dal momento che il malato risponde ad uno stimolo, di per se innocuo, come se si trattasse di una cosa grave, pericolosa, molto allarmante. La comparsa di questo disturbo del comportamento è un chiaro segnale delle difficoltà che il malato incontra nell’interazione con l’ambiente che lo circonda o di qualche suo disagio fisico. La presenza di un numero elevato di stimoli rispetto alle sue capacità di controllo; l’insorgenza di malesseri fisici o di problemi fisiologici (il malato ha dolori, ha un’infezione in atto, ha una malattia in corso oppure ha appetito, stanchezza, sete), possono essere causa di agitazione psicomotoria. Anche richiedere al malato di eseguire compiti che risultino troppo difficili per la capacità residue rimastegli può causare tensione e agitazione. L’agitazione psicomotoria può manifestarsi altresì in concomitanza con momenti in cui il tono dell’umore del malato è depresso. Ogni momento del giorno e della notte può vedere l’insorgenza del disturbo, anche se vi sono alcuni momenti del giorno nei quali il disturbo si manifesta, con maggiore frequenza; sono soprattutto le prime ore dopo il pranzo, il tardo pomeriggio, le prime ore della sera. L’utilizzo di farmaci che possono ridurre le capacità di vigilanza e di attenzione del soggetto può determinare un aumento dello stato confusionale e la comparsa di agitazione. È sempre opportuno domandarsi se la causa del comportamento del malato proviene da dentro il malato oppure dall’ambiente esterno, al fine di individuare le possibili cause e quindi rimuoverle. Questo può non essere un compito semplicissimo anche perché spesso sono presenti contemporaneamente più cause; tuttavia la conoscenza del malato e la assidua osservazione dei suoi comportamenti da parte di chi gli vive accanto, costituiscono un valido ausilio nella ricerca delle possibili cause. È sempre opportuno chiedere al medico curante se qualcuno dei farmaci assunti può essere fonte del disturbo. Per quanto riguarda l’approccio verso il malato è opportuno utilizzare toni di voce calmi e rassicuranti, non rimproverandolo, orientarlo con tatto nello spazio e nel tempo, avvicinarsi con un atteggiamento affettuoso e rassicurante lodandolo per qualcosa. È utile anche attirare l’attenzione del malato su cose che lo interessano. In caso è presente una malattia organica, soprattutto se comporta dolore, i tempi di risoluzione della crisi di agitazione possono essere anche lunghi e sono direttamente collegati alla risoluzione e scomparsa dello stimolo organico disturbante. È inopportuno affrontare il malato avvicinandolo da parte di più persone contemporaneamente in quanto ciò scatena in genere l’effetto contrario, aumenta l’agitazione ed induce risposte di tipo difensivo e quindi aggressive. Non esistono farmaci efficaci nel controllo di tale disturbo.
Deliri, il malato appare convinto di qualcosa che non c’è e crede che cose non vere stiano realmente accadendo, per esempio crede che lo stiamo derubando; crede che qualcuno voglia fargli del male; crede che qualcuno lo tradisca; crede che i familiari vogliano abbandonarlo; crede che il coniuge o qualcuno della famiglia non siano chi dicono di essere, crede che un personaggio della TV sia reale e dialoga con esso o si agita per la sua presenza. Questo disturbo può manifestarsi in ogni fase della malattia, per esempio in seguito a fenomeni di illusione, cioè di errata percezione delle immagini riflesse (immagini televisive). I deliri possono associarsi anche a fenomeni allucinatori; l’ammalato crede di sentire voci o di vedere persone inesistenti e, sulla base di tali errate percezioni costruisce storie, elabora pensieri, formula frasi e discorsi non attinenti con la realtà. La fase acuta di alcune malattie può, nel soggetto demente, produrre la comparsa di deliri, soprattutto se ci sono febbre e disidratazione. Questo disturbo del comportamento può verificarsi anche in seguito all’assunzione di alcuni farmaci. Non va dimenticato infine che, a seguito di bruschi cambiamenti di ambiente, quali ad esempio una ospedalizzazione, un cambiamento di domicilio, lo spostamento di ambiente in occasione delle vacanze, il ricovero all’interno di una Casa protetta o RSA il soggetto demente può sviluppare fenomeni di tipo delirante. È molto importante la reazione di chi si prende cura del malato per la gestione di tale disturbo comportamentale. Si suggerisce di non smentire il malato e di dimostrargli che si comprende il suo stato d’animo. È assolutamente inopportuno deriderlo, ma è meglio assecondare i suoi discorsi, cercando nel contempo di tranquillizzarlo e di riportarlo con tatto, alla realtà assumendo un ruolo protettivo e rassicurante. È sempre utile individuare, al fine di ridurle o eliminare, quando possibile, le fonti ambientali del disturbo (ad esempio. Coprire gli specchi, il televisore, ridurre i rumori di fondo) e cercare di distrarlo attirandone l’attenzione su qualcosa che normalmente gli risulta piacevole. Può succedere che bruschi cambiamenti ambientali possono scatenare questo disturbo, occorre accuratamente evitarli o comunque prestare la massima attenzione ogni volta che il malato cambia ambiente. Infine, è indispensabile chiedere al medico curante di verificare l’adeguatezza dei farmaci in uso o la presenza di malattie e disturbi organici eventualmente causa di deliri stessi. I deliri possono essere trattati efficacemente con l’impiego di alcuni farmaci.
Allucinazione, il malato vede o sente cose che non esistono (esempio, persone, animali, fuoco, voci, odori o sapori strani) ed è pienamente convinto della reale esistenza di ciò che vede o sente. Questo disturbo del comportamento, così come i deliri, può comparire in ogni fase della malattia. In particolare può verificarsi durante la fase acuta di alcune malattie organiche e in modo particolare quando sono presenti febbre e disidratazione. Anche in questo caso, la presenza di stimoli ambientali, soprattutto visivi, erroneamente percepiti può essere causa scatenante del disturbo. Così come per i deliri, l’assunzione di alcuni farmaci può essere implicata nel determinare la comparsa di fenomeni allucinatori. Le allucinazioni possono essere trattate efficacemente con l’impiego di alcuni farmaci. È quindi opportuno chiedere sempre consiglio al medico. Strategie ambientali per contenere sintomi psicotici; ignorare false accuse, correggere eventuali difetti sensoriali (vista e udito), distrarre il paziente dall’idea dominante spostando la sua attenzione su altri e attività che normalmente risultano piacevoli, mantenere l’ambiente stabile e tranquillo, posizionando gli oggetti in posti abituali.
Comportamenti alimentari particolari, sotto questa voce sono annoverati numerosi comportamenti particolari che possono verificarsi nel malato, singolarmente o in associazione fra di loro, e in stati diversi della malattia. Il malato chiede continuamente cibo o si lamenta, anche con insistenza, che non gli si dà da mangiare, anche se ha appena terminato di mangiare. È possibile anche che il malato ‘rubi’ il cibo approfittando di momenti di distrazione dei familiare, senza naturalmente rendersi conto di ciò che fa. Sono possibili anche comportamenti in antitesi fra di loro come mangiare con voracità oppure serrare la bocca e rifiutare di alimentarsi e di bere. Altre volte il malato gioca con il cibo (esempio mescola i cibi, travasa, manipola) dentro e fuori dal proprio piatto, assolutamente ignaro di ogni etichetta. Può anche accadere che il malato sputi i pezzi di cibo più solito ritenendoli corpi estranei. Soprattutto nelle fasi più avanzate della malattia, il soggetto può ruminare il cibo senza deglutire, anche per periodi brevi, prima di ritornare a periodi in cui ritorna a masticare normalmente. Tali comportamenti sono in genere caratteristici della fase intermedia o avanzata della malattia. Talvolta la loro comparsa è del tutto imprevedibile e improvvisa; in tali casi potrebbe collegarsi alla presenza di malattie organiche o all’assunzione di alcuni farmaci. Ambienti in cui ha la presenza di un numero eccessivo di stimoli rispetto alla capacità attentive del malato possono essere fonte di un peggioramento dei comportamenti alimentari. Accorgimenti utili in particolari situazioni. Quando il malato continua a chiedere cibo, è utile frazionare i pasti principali in tanti spuntini. È importante infatti che la persona mangi a sufficienza, quindi ha scarsa rilevanza che lo faccia ai pasti principali. Come sempre, con questi ammalati, è importante che siamo noi ad adeguarci alle loro necessità ed esigenze, piuttosto che insistere a chiedere loro di rispettare convenzioni e abitudini che ormai sono più nostre che loro. È dunque utile non negare loro sempre il cibo ogni volta che lo chiedono, ma tenere a disposizione qualche boccone o alimento anche di facile somministrazione (frutta, yogurt, biscotti integrali, caramelle). Altrettanto utile può essere distrarlo tenendolo occupato in altre attività che risultino per lui piacevoli. È sempre importante rendere inaccessibile ogni sostanza non commestibile quando il malato tende ad ingerire qualsiasi cosa. È altrettanto buona la regola di non spazientirsi in presenza di questi comportamenti del malato ricordando anche talvolta il tempo a lui necessario per mangiare diventa molto più lungo rispetto alle abitudini precedenti la malattia. Quando il malato non mangia e non beve, si può provare a ricevere alimenti e bevande che siano particolarmente graditi al malato (per esempio, cibi dolci oppure cibi che si sapevano molto ambiti dal malato prima della malattia o quando era più giovane). È importante anche non insistere ad alimentare il malato negli orari tradizionali, ma sfruttare tutti i momenti della giornata e della notte per provare a farlo bere e mangiare. È utile ricordare anche che le infezioni della bocca o problemi legati a un cattivo utilizzo della protesi dentaria sono frequenti in questi ammalati e provocano spesso difficoltà ad alimentarsi o rifiuto del cibo. Quando il malato gioca con il cibo, verificare che nell’ambiente non vi siano condizioni che creano confusione nel malato; in secondo luogo, si può provare a dargli un cibo alla volta, a fornire una posata alla volta e solo quella funzionale al cibo che deve mangiare e che il malato è in grado di usare, in modo tale da essere autonomo. La presenza di altri potrebbe distrarlo, e rendere difficile l’organizzazione di gesti e azioni necessarie per mangiare.
Labilità del tono dell’umore, il malato passa rapidamente e improvvisamente dal sorriso al pianto o alla rabbia, e viceversa, in assenza di cause evidenti, oppure il malato reagisce emotivamente in modo non coerente rispetto alla situazione, al contesto, allo stimolo, esempio Piange per cose che non hanno contenuto triste oppure trova ridicole cose che non sono spiritose o ancora, ride in circostanze inopportune. Compare prevalentemente nelle fasi intermedia e avanzata della malattia. Occorre assumere un atteggiamento rassicurante se il malato piange o mostra tristezza, cercare di comprendere se è riaffiorato un ricordo del passato con contenuti tristi ed evitare di contraddire il malato se ride per qualcosa che non è spiritoso. Può essere utile unirsi al suo riso. Si può tentare di assumere un atteggiamento materno accarezzare, abbracciare, cullare il malato come se fosse un bambino piccolo può essere efficace. Distraendolo e inducendolo nell’ambiente nuove persone oppure rispetto al suo problema, può essere efficace. Non sempre gli interventi di chi si prende cura del malato, anche se corretti producono un risultato.
Depressione, il volto del malato è triste, compare spesso il pianto. Oltre a questi sintomi, il malato può lamentare dolori vaghi e diffusi, dormire meno e male, agitarsi facilmente; spesso appare stanco e affaticato; a volte perde l’appetito e cala di peso. Può apparire nervoso e irritabile. Tale disturbo compare di solito nella fase iniziale della malattia e talvolta anche nella fase intermedia. È opportuno stimolare il malato a svolgere qualche attività che lo interessa e che è ancora in grado di svolgere al fine di produrre in lui la soddisfazione per la riuscita. La depressione è uno dei disturbi del comportamento che trae vantaggio dell’impiego di farmaci specifici.
Inerzia motoria e comportamentale, si tratta di un disturbo che viene spesso sottovalutato dal momento che non crea particolari difficoltà di gestione a chi si prende cura del malato. Infatti il malato non mostra interesse verso il mondo che lo circonda, è poco attivo, tende a non avviare la conversazione per primo. A volte sembra indifferente a tutti gli stimoli e agli avvenimenti che accadono intorno a lui e nei confronti dei quali non esprime affettività, entusiasmo, simpatia, gradimento, insofferenza sembrano non appartenere più al bagaglio emotivo del malato. Egli non partecipa ad alcuna attività o, se inviato a farlo, smettere subito; non dimostra interesse verso le attività degli altri e dimostra scarso o nullo interesse verso le persone o verso cose nuove. Appare quieto, buono, non disturba, non da preoccupazioni. Compare in genere nella fase intermedia della malattia; in alcune forme particolari di demenza può costruire uno dei primi sintomi. È opportuno sforzarsi di stimolare il malato in ogni occasione non rinunciando a cercare di attirarne l’attenzione su qualcosa. Talvolta le nostre sollecitazioni possono provocare come unica risposta un moto di insofferenza; tale reazione è comunque un risultato importante, perché costituisce di fatto una risposta all’ambiente. Lo sfruttamento di alcuni automatismi motori quali il canto, il ballo, la ripetizione di filastrocche, può smuovere il malato dallo stato di inerzia nel quale si trova e costituire fattore di comunicazione, è importante non dimenticare che si tratta di un disturbo del comportamento per il malato, anche se non provoca disturbo in chi si occupa di lui. In situazioni come ansia, depressione e agitazione motoria, spesso la memoria è preservata. Come conseguenza, inizia la perdita delle relazioni sociali, mentre permangono perfettamente integre le altre attività e i comportamenti usuali. L’eventuale aggravamento di queste alterazioni è comunque lento e progressivo nell’arco di alcuni anni e solo il raggiungimento di un livello invalidante permette di indicare la vera diagnosi di demenza. Questi diversi sintomi della demenza richiedono specifiche risposte da parte di chi presta le cure. Per questo è necessario confrontarsi con professionisti come i principali problemi dell’assistenza possono essere affrontati. L’ambiente è un fattore determinante per il miglioramento della qualità di vita del malato e per ridurre la possibile comparsa di disturbi comportamentali. Fondamentali sono le modifiche rivolte a creare spazi sicuri, a mantenere un senso di utilità nella gestione della casa da parte del paziente con demenza. Importante è prevenire alcuni incidenti domestici adattando l’ambiente e riducendo le fonti di pericolo; esempio, fornire nelle stanze una corretta illuminazione, semplificare l’ambiente con la disposizione degli oggetti. Cambiare mobili oppure quadri può comportare problemi; esempio lo spostamento del letto, può favorire la comparsa di incontinenza. Insonnia e disturbi del ritmo sonno- veglia sono molto spesso associati a demenza, il malato tende a stare sveglio notte e a dormire di giorno, con casi di sorprendente attività motoria durante le ore notturne. Nelle forme più severe di disturbo del sonno, il paziente affetto da demenza non dorme di notte né di giorno. In presenza di alterazioni del ritmo sonno-veglia, può essere utile per verificare se il malato non abbia freddo, fame, sete, bisogno di andare al bagno. Sebbene spesso sia difficile da gestire per il caregiver, non è sempre opportuno costringere il malato a stare o ritornare a letto se non vuole. Caratteristica della demenza è la perdita di autonomia della vita quotidiana, a causa del progressivo deterioramento delle funzioni cognitive. L’aiuto che il familiare della persona affetta da demenza fornisce di volta in volta bilanciare la sicurezza e la tutela del malato, stabilire una routine e mantenere un livello di normalità, può garantire ordine alla quotidianità e sostenere l’autostima del paziente.
[/accordion][accordion title=”Quali sono le cause dell’ alzheimer?”]
Le possibili cause della malattia Alzheimer sono ancora oggetto di studio da parte dei ricercatori. Le attuali conoscenze indicano che nel cervello della persona ammalata si determina una perdita progressiva di cellule cerebrali associata al formarsi di placche anomale intorno a esse, sono accumuli di frammenti di una proteina insolubile, “beta-amiloide. Accanto a questa alterazione si determina un altro evento caratteristico, formazione di grovigli all’interno delle cellule cerebrali, costituiti da una forma anomala della proteina Tau, che ha importanti funzioni nelle cellule sane. Tali strutture rappresentano il risultato ultimo di processi degenerativi che coinvolgono differenti sistemi cerebrali. Oggi si ipotizza che la malattia di Alzheimer non sia provocata da una singola causa, ma da diversi fattori che possono influire in misura differente in ogni individuo, agendo su un substrato genetico e determinando suscettibilità agli elementi dannosi e capacità di riparazione cellulare. Le ricerche più recenti hanno dimostrato che alcune condizioni cliniche (ipertensione arteriosa, diabete mellito, obesità, displidemia) costituiscono fattori di rischio per la comparsa della malattia Alzheimer, attraverso meccanismi diversi e fra loro concatenati (stress ossidativi, disfunzione endoteliale, infiammazione). Al contrario, altri fattori hanno un effetto protettivo; attività fisica, il controllo del peso, l’attività mentale e la vita socialmente attiva, una dieta ricca di elementi antiossidanti e acidi grassi insaturi. Il riconoscimento della demenza è spesso tardivo. Vi può essere un evento accidentale rivelatore come fuga, comportamento inappropriato, incapacità di adattarsi a un cambiamento come un trasloco, un’ospedalizzazione, il decesso di un coniuge. E’ di fondamentale importanza ricorrere al medico quando ci si accorge di possibili manifestazione di deterioramento cognitivo, il quale valuterà se inviare il paziente presso un centro specialistico per lo studio delle demenze. Il primo aspetto per orientare il medico sulla genesi dei disturbi mentali è costituito dalla raccolta dei dati della storia recente e passata del malato; quindi l’apporto dei familiari o di chi conosce il paziente è molto importante. Non esistono indicatori biologici che attualmente permettono di fare diagnosi certa delle forme di demenza, mentre il paziente è vivente. Si parla di diagnosi probabile o possibile in base alla presenza di alcune caratteristiche cliniche all’esclusione di altri fattori. Un elemento fondamentale e orientativo per la definizione del tipo di demenza è la valutazione neuropsicologica, ossia l’analisi delle diverse funzioni intellettive, mediante test specifici e metodi strutturati. Accanto all’esame fisico generale e neurologico del paziente, le indagini necessarie per confortare l’orientamento diagnostico ed escludere forme secondarie sono l’analisi del sangue (emocromo funzionale renale, epatica, tiroidea, vitamina B12 e folati), l’esame delle urine, un esame di neuroimaging cerebrale: la TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) dell’encefalo è usualmente sufficiente, oppure la RMN (Risonanza Magnetica Nucleare). Esami più approfonditi, puntura lombare per l’analisi del liquor, la SPECT (Tomografia a Emissione di fotone singolo), la PET (Tomografia a Emissione di positroni), Risonanza funzionale sono opzionali ed indicati ad oggi in casi molto specifici o a scopo scientifico e di ricerca. Sono in corso numerosi progetti di ricerca per individuare terapie efficaci nella cura della malattia. Purtroppo, però, gli interventi disponibili non sono ancora risolutivi. Le strategie terapeutiche a disposizione sono di tipo farmacologico, (Donepezil, Rivastigmina, Galatimina e memantina) e non farmacologico, (Reality Orentation Therapy ROT, Terapia della reminescenza, Terapia della bambola ecc.) Queste strategie non sono risolutive, ma aiutano il paziente a potenziare le risorse ancora attive, rallentando lo sviluppo della malattia.
[/accordion][accordion title=”Cos’è l’assistenza domiciliare per pazienti alzheimer?”]
L’esperienza indica che tra la manifestazione dei primi sintomi di demenza e la diagnosi passano mediamente due anni e questa lunga fase di malattia grava completamente sulla famiglia. Dopo la diagnosi la maggior parte dell’impegno di cura e assistenza ricade sulla famiglia che può contare sull’affiancamento del medico di famiglia, sui servizi di cure domiciliari, sui centri diurni integrati per anziani o sulle residenze sanitarie assistenziali per anziani.
Il servizio di A.D.A (ASSISTENZA DOMICILIARE ALZHEIMER), rivolto a persone affette da demenze, in particolare se accompagnate da disturbi comportamentali, alle famiglie e ai soggetti che ne gestiscono l’assistenza. Lo scopo è quello di mantenere le risorse della rete parentale e sociale, rimuovendo gli ostacoli e valorizzando, tramite interventi altamente specializzati resi da personale preparato e formato. Il servizio oltre la funzione di contrastare l’impoverimento relazionale che la demenza può indurre, ha lo scopo di mantenere le capacità residue degli utenti. Per rispondere nel modo più adeguato possibile ai bisogni di anziani e caregiver, con la valutazione multidimensionale viene elaborato un piano assistenziale personalizzato, basato sul principio di continuità assistenziale. L’organizzazione del servizio mira a favorire un rapporto fiduciario fra utente e operatori, evitando frequenti turn-over di personale, e a promuovere l’attivazione di forme di solidarietà nella comunità, così da rispondere ai bisogni di appartenenza e di contatti relazionali delle persone più deboli.
L’ A.D.A. si ispira a alcune linee guida:
[check_list]
- Rete relazionale primaria: il servizio è complementare e non sostitutivo della solidarietà familiare, ne rinforza il significato, sostenendo le capacità e autonomie esistenti;
- Condivisione: il servizio riconosce l’utente e la sua famiglia come interlocutori privilegiati nella definizione e realizzazione del progetto di aiuto;
- Attenzione ai vincoli: nel programmare l’intervento di aiuto vengono valutate anche le difficoltà e i limiti della famiglia a sostenere il carico assistenziale;
- Integrazione: è prevista l’integrazione con gli altri servizi sanitari, sociali e socio-sanitari del territorio (es. Piani di Zona). E’ inoltre previsto il coinvolgimento integrato di diverse figure professionali: medico, P S I C O L O G O, assistente sociale, infermiere professionale, fisioterapista, educatore e ausiliario socio- assistenziale.
QUALI SONO I VANTAGGI DELL’A.D.A; PERCHE’ E’ IMPORTANTE MANTENERE UN SERVIZIO A.D.A?
L’A.D.A.(ASSISTENZA DOMICILIARE ALZHEIMER), consiste nell’organizzare intorno al malato un servizio continuativo, in cui il medico di base coordina tutte le figure professionali (medici specialisti, infermieri, P S I C O L O G I, riabilitatori e assistenti sociali, ecc.) necessarie a gestire una specifica condizione di malattia nell’ambito di un’assistenza domiciliare che contempla anche un coinvolgimento dei congiunti del malato. I vantaggi per gli ammalati derivanti dall’assistenza domiciliare non sono soltanto di natura umana (miglioramento della qualità della vita), ma anche clinica. Infatti, è stato ampiamente dimostrato che l’assistenza domiciliare, grazie soprattutto ai continui controlli cui il paziente è sottoposto, contribuisce a una maggiore stabilità clinica e a una più efficiente prevenzione delle complicanze. Infine, è da ricordare che l’assistenza domiciliare presenta vantaggi di ordine economico per il servizio sanitario in quanto, in molti casi, si ottengono rilevanti risparmi di spesa rispetto ai costi della degenza in ospedale.
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[/accordion][accordion title=”Istat: in aumento gli alzheimer”]
Oggi, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno 36 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza. Di queste, il 60-70 per cento (tra i 21 e i 25 milioni) è affetto da Alzheimer. Anche in Italia la patologia ha dimensioni rilevanti: secondo l’Istat oltre un milione di italiani sono colpiti da questa malattia. Il numero dei malati è inoltre destinato a crescere. Ciò richiederà un ampio sforzo sanitario ed economico: le demenze hanno infatti costi sociali ed economici elevatissimi. A questi si aggiungono i costi sociali legati all’assistenza che ancora oggi grava soprattutto sui familiari delle persone malate. Relativamente alla condizione italiana, il Rapporto Istat 2014 fornisce dati degni di attenzione: l’incremento costante degli anziani fa aumentare la fascia di popolazione più esposta a problemi di salute di natura cronico degenerativa. Oltre la metà della popolazione ultrasettantacinquenne soffre di patologie croniche gravi. In particolare, nella classe di età 65-69 anni e 75 e oltre, le donne che soffrono di almeno una cronicità grave rappresentano, rispettivamente, il 28 e il 51%. Il diabete, i tumori, l’Alzheimer e le demenze senili sono le patologie che mostrano una dinamica in evidente crescita rispetto al passato. Nello stesso rapporto difatti, in un confronto fra il rilevamento del 2001 e quello del 2011, l’Indice di vecchiaia[1] sale dal 148,4% al 178,1%, (I.V. in Italia 148.7); contestualmente cala l’Indice di dipendenza dei giovani che passa dal 22,1% al 19,0%, mentre l’Indice di dipendenza[2] degli anziani varia dal 32,8% al 33,8%. In entrambe le province, nel periodo intercensuario considerato, l’indice di vecchiaia è notevolmente aumentato, passando da 145,4% a 173,2% in provincia di Campobasso e da 156,4% a 191,9% in provincia di Isernia.
Indice di vecchiaia: rapporto percentuale tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione di 0-14 anni.
Indice di dipendenza:rapporto percentuale avente a numeratore la somma tra la popolazione 0-14 anni e quella di 65 anni e più e a denominatore la popolazione 15-64 anni, ovvero rapporto tra la popolazione non attiva e la popolazione attiva.
[/accordion][/accordions][/one_half][one_half][row_fluid]
Alzheimer: i servizi
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[accordions] [accordion title=”Il centro alzheimer di Campobasso, cos’è?” visible=”no”]
Il centro Alzheimer di Campobasso è un centro di diagnosi e valutazione di sindromi dementigene, presente dal Novembre 2002. L’obiettivo principale degli approcci assistenziali innovativi alla persona con demenza e quello di garantire un continuum assistenziale e risposte alle esigenze dei malati e dei loro familiari. Il centro Alzheimer è costituito da una Equipe multidisciplinare, con la presenza di un geriatra, da tre psicologhe, un assistente sociale, una segretaria. Gli obiettivi operativi sono quelli di costruire un intervento mirato socio-sanitario assistenziale nei confronti dei malati Alzheimer e delle famiglie,divenendo punto di collegamento e di coordinamento con i medici di famiglia, con le reti formali ed informali e con le Istituzioni presenti sul territorio. Il centro Alzheimer fa riferimento ad una cultura di sistema per la presa in carico integrata della malattia di Alzheimer.
[/accordion]
[accordion title=”Quale è l’utenza?”]
Soggetti e familiari di soggetti che presentano sintomi cognitivi tali da ipotizzare un processo dementigeno in corso (disturbi di memoria, del linguaggio, delle capacità critiche e di giudizio comportamentale che possono pregiudicare le normale attività di vita quotidiana).
[/accordion][accordion title=”Come vi si accede?”]
L’utente può accedere al centro Alzheimer esclusivamente su invio del medico di famiglia, al quale verrà chiesta formalmente una collaborazione attiva nella gestione del paziente, condizione sine qua non il centro possa attivare la presa in carico dello stesso. La richiesta, che sarà redatta su ricettario personale del medico di famiglia (senza obbligo di presentazione attraverso i centri CUP), verrà consegnata alla segreteria che provvederà a fissare un appuntamento per la valutazione clinica. Ove è possibile, il medico di famiglia invierà una scheda anamnestica riassuntiva del paziente, è inoltre indispensabile portare in visione gli accertamenti clinici e strumentali da esso effettuati (nel pieno rispetto della legge 196/2003 di tutela della privacy).
[/accordion][accordion title=”Quali prestazioni offre?”]
[check_list]
- Valutazione clinica finalizzata alla diagnosi ed alla predisposizione di un protocollo terapeutico farmacologico
- Valutazione neuropsicologica finalizzata alla diagnosi e alla predisposizione di un protocollo riabilitativo nei casi di demenza di grado lieve/moderato
- Colloqui clinici con le famiglie
- Colloquio sociale
- Formazione ed informazione dei caregivers
- Individuazione ed attivazione delle reti primarie e secondarie, formali, informali ed istituzionali (per l’eventuale supporto nella gestione a domicilio del paziente con la Malattia di Alzheimer di grado moderato/severo)
- Eventuale inserimento nel centro diurno, di pazienti con forme di demenza lieve/moderata nell’ottica di una sperimentazione gestionale in termini di riabilitazione cognitiva aggiunta alle terapie tradizionali
- Gestione banca dati
- Attività di ricerca nell’ambito della sperimentazione sulla Malattia di Alzheimer
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[/accordion][accordion title=”Quali obiettivi persegue?”]
[check_list]
- Diventare punto di riferimento per MMG, malati di Alzheimer, famiglia, reti sociali ed istituzioni
- Costruire un intervento congiunto non delegante con i medici di famiglia e con i famigliari attraverso un contratto formale di presa in carico del paziente
- Fornire supporto e diventare agente di cambiamento per la rete familiare, informale e istituzionale
- Creare una cultura di sistema per la presa in carico della malattia di Alzheimer
- Verificare la qualità di erogazione dei servizi offerti
[/check_list]
[/accordion][accordion title=”Una lente sul familiare”]
L’ invecchiamento è una tappa della vita che richiede l’accettazione dei cambiamenti. È una fase della vita nella quale si mettono in gioco non solo dinamiche profondamente intime e personali di chi sta affrontando questo processo, ma anche dinamiche relazionali che coinvolgono in particolare l’ambiente familiare. Spesso l’invecchiamento viene segnato dall’insorgenza di una patologia. Forme patologiche che portano ad una riduzione delle abilità e dell’autonomia personale, come le demenze. Il termine “Caregiver” ha un origine anglosassone, ormai entrato stabilmente nell’uso comune; indica “colui che si prende cura” e si riferisce naturalmente a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile. Di fronte alla sofferenza e al bisogno reale di prendersi cura assiduamente del malato, è normale che gli equilibri familiari vengano smobilitati. Entrano in gioco cambiamenti organizzativi riguardo il tempo da dedicare alla sorveglianza, il non riuscire più a ricavare del tempo per se stessi e il sentirsi in colpa se lo si fa; la conciliazione con gli altri impegni lavorativi e relazionali. Cambia la gestione dei rapporti sociali extrafamiliari, per cui spesso vi è una tormentosa preoccupazione riguardo cosa potrebbe dire la gente dei comportamenti del proprio caro, vi è il disagio di come gestirlo qualora si agitasse negli spazi aperti o troppo affollati. È molto comune inoltre l’esperienza di un ribaltamento dei ruoli che da sempre caratterizzavano la struttura familiare. Può succedere così che il proprio caro, un tempo genitore capace di cure e di sostegno, divenga “bambino” bisognoso di cura e di tanta attenzione; ed è così che i figli o il coniuge, sentono il dolore della rinuncia dell’identità del proprio caro e devono far leva su tutte le proprie capacità di far fronte al cambiamento. Entrano in gioco fattori psicologici del familiare che è chiamato a gestire la sofferenza legata alle sensazioni di perdita, d’impotenza e ansia legata alla difficoltà di capire cosa sta succedendo a quella persona che magari fino a poco tempo prima rappresentava il “pilastro” affettivo e relazionale della famiglia stessa.
[/accordion]
[accordion title=”Il Centro diurno Alzheimer di Campobasso”]
Il Centro diurno è un servizio riabilitativo che nasce all’interno del Progetto ALAMO voluto dal Ministero della Salute e dalla Regione Molise, responsabile scientifico del progetto è il dott. Raffaele Parisi. Il Centro Diurno è gestito dalla Cooperativa Sociale “Ricerca & Progetto” di Campobasso.
Il C.D. è una struttura semi residenziale che accoglie, persone con malattia di Alzheimer con un grado lieve-moderato.
Le finalità
Rallentare la progressione della malattia; Stimolare le capacità cognitive residue;
Favorire la socializzazione attraverso l’inserimento nel gruppo; Migliorare la qualità di vita; Supporto formativo-informativo alle famiglie.
Orario di apertura
lunedì dalle ore 9.30 alle 16.30
dal martedì al venerdì dalle ore 8.30 alle ore 13.30
Per ottimizzare le attività svolte, agli utenti, è consentito entrare fino alle ore 9.30 ed uscire non prima delle 12.30
Le attività
Musicoterapia: (Martedi e Giovedì 9.30 – 11.30), Terapia occupazionale: (Mercoledì e venerdì 9.30 11.30), Rot (formale e informale), Cineforum , Attività riabilitativa fisica : Ginnastica dolce e danza, Laboratorio di Live-review (raccontami una storia), Laboratorio di lettura, Laboratorio di collage, decoupage, argilla, Laboratori Esterni, Escursioni e Scoperte del territorio.
Metodo di lavoro
Per ogni utente preso in carico dal C.D. il gruppo di lavoro multidisciplinare (Centro Alzheimer – Centro Diurno) redige un programma individualizzato, finalizzato al miglioramento della sua qualità della vita.
Frequenza
La frequenza al C.D. può avvenire:
◊ Per tutto l’arco della settimana;
◊ A giorni alterni.
La durata della frequenza varia secondo del programma che l’ospite segue.
Il servizio trasporto utenti
Dal/al Centro Diurno con pulmino
Contatti Centro Alzheimer Campobasso
Segreteria: +39 0874 409135
Dott. R.Parisi: +39 0874 409140
Psicologi: + 39 0874 409139
Assistente sociale: +39 0874 409138
Centro diurno: +39 0874 409137 / +39 0874 409142
Fax: +39 0874 409136
Email: alamomolise@libero.it
[/accordion][accordion title=”Gli altri centri”]
[check_list]
- Termoli (AIMA)
Via Francesco De Sanctis, 29
Cell. + 39 347 0512332 - Pozzilli (I.R.C.C.S NEUROMED)
Via Atinense, 18
+ 39 0865 9291 - Larino (DISTRETTO SOCIO SANITARIO)
Via Marra, 10
Tel. +39 0874 827768
Fax. + 39 0874 827767
[/check_list]
[/accordion][/accordions][/one_half][/row_fluid]
[accordions] [accordion title=”Articoli sulla demenza alzheimer” visible=”no”]
17/10/2015 COME FRONTEGGIARE UN LUTTO?
14/10/2015 ALZHEIMER: COME RESTARE ATTIVI?
07/10/2015 ALZHEIMER: MUTAZIONI NON EREDITARIE
19/09/2015 ALZHEIMER MOLISE, OPEN DAY AL CAFFE’ DI ENRICHETTA
16/09/2015 I COLORI DELL’EATWELL
07/09/2015 TERZA ETA’: INIZIA L’ESTATE
25/08/2015 DEMENZA ALZHEIMER: CORRELAZIONE CON IL GRUPPO SANGUIGNO
20/08/2015 SINDROME DELLE QUATTRO MURA
13/06/2015 IL CAFFE’ D’ENRICHETTA, UN CENTRO PER L’ALZHEIMER A CAMPOBASSO
27/05/2015 LA MEDITAZIONE PREVIENE LA DEMENZA?
21/05/2015 STIMOLAZIONE COGNITIVA: SNOEZELEN?
18/05/2015 VIA ALLA SETTIMANA DEL BUON INVECCHIAMENTO
11/05/2015 DEMENZA E ALZHEIMER, LE ULTIME SUI CAMPANELLI D’ALLARME
27/04/2015 RUMORE FANTASMA: MAGGIORE NEGLI ANZIANI
09/03/2015 IL RUOLO DELLO PSICOLOGO NELLE STRUTTURE PER ANZIANI
23/02/2015 VECCHIAIA: IL SESSO DIMINUISCE O DECADE?
03/02/2015 ALZHEIMER, VIA AL SOSTEGNO PER LE FAMIGLIE
31/01/2015 UN ALZHEIMER CAFFÈ A CAMPOBASSO
28/01/2015 ALZHEIMER, SERVIZIO DOMICILIARE SOSPESO
16/09/2014 ALZHEIMER, UN AIUTO PRATICO. DOMENICA A CAMPOBASSO
[/accordion][/accordions]
PUBBLICAZIONE A CURA DELLA DOTT.SSA ILARIA ZEOLI, in laurea magistrale di psicologia clinica e della salute, CON LA COLLABORAZIONE DEL DOTTOR RAFFAELE PARISI GERIATRA E RESPONSABILE DEL CENTRO ALZHEIMER DI CAMPOBASSO
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