Cambiamento climatico, a rischio 40 aree costiere italiane

Il cambiamento climatico potrà avere degli effetti negativi su tutte le Regioni italiane bagnate dal Mediterraneo. E’ quanto emerge dalla mappa di dettaglio diffusa dall’Enea che, in un incontro promosso il 13 febbraio, a Roma, con Confcommercio, ha rilevato a rischio inondazione un totale di 40 aree costiere. Il livello del mare si sta innalzando velocemente: le stime parlano di 0,94 e 1,03 metri entro il 2100, prendendo in considerazione un modello cautelativo, e tra 1,31 metri e 1,45 metri, seguendo una base meno prudenziale. Secondo le proiezioni dell’Enea, migliaia di chilometri quadrati di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento. A queste proiezioni bisogna poi aggiungere il cosiddetto “storm surge“, ossia la coesistenza di bassa pressione, onde e vento, variabili da zona a zona, che in particolari condizioni determina un aumento del livello del mare rispetto al litorale di circa 1 metro. Sommando la superficie delle 15 zone costiere già mappate, si arriva a un’estensione totale a rischio inondazione di 5.686,4 kmq, una superficie pari a una regione come la Liguria.

Il rischio è innanzitutto per porti e spiagge, senza contare situazioni specifiche come quella di Venezia.

“I nostri porti sono stati progettati a inizio 900 e non sono più adatti- ha detto Luigi Merlo, presidente di Federlogistica-Conftrasporto, – anche il Mose è stato progettato senza tenere conto dei mutamenti climatici. Cosa succederà? L’opera ha comportato un investimento significativo ma ad oggi non sappiamo se sarà in grado di dare risposte a questi fenomeni”. Intanto però i porti già devono affrontare le conseguenze delle mutate condizioni del Mediterraneo causate dal riscaldamento globale.

“Gli sgrottamenti  delle banchine sono in aumento, e crollano a causa di onde più forti- ha aggiunto Luigi Merlo-  stesso motivo per il quale serviranno anche più rimorchiatori, e più potenti, per far fronte alla situazione. In un momento in cui si parla tanto di ‘costi benefici’, cerchiamo di ragionare in termini di ‘costi-prevenzione’ per evitare malefici”.

L’altro settore economico letteralmente in prima linea di fronte all’innalzamento dei mari e al riscaldamento globale è quello delle attività dei balneari concessionari di spiagge demaniali. “Siamo consapevoli non di quello che accadrà ma di quello che sta accadendo – ha  commentato Antonio Capacchione, presidente del Sindacato balneari Sib-Fipe-Confcommercio – l’innalzamento dei mari e il cambiamento climatico non sono ipotesi scientifiche ma un fatto. Abbiamo la necessità di avere certezze, come imprese, per poter contribuire, anche economicamente, alle soluzioni che la scienza ci suggerisce, con buoni progetti. Attendiamo una semplificazione legislativa che renda tempestivi i vari interventi”.

I territori a rischio

La questione riguarda una vasta area nord adriatica tra Trieste, Venezia e Ravenna; la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l’area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia; La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull’Isola d’Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana; la piana Pontina, di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania; l’area di Cagliari, Oristano, Fertilia, Orosei, Colostrai (Muravera) e di Nodigheddu, Pilo, Platamona e Valledoria (Sassari), di Porto Pollo e di Lido del Sole (Olbia) in Sardegna; Metaponto in Basilicata; Granelli (Siracusa), Noto (Siracusa), Pantano Logarini (Ragusa) e le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria.