Pnalm: cresce il numero di camosci

Nel 2017 erano stati contati 598 camosci nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il monitoraggio del 2018, che ha coinvolto oltre 60 operatori tra personale del servizio scientifico, Guardiaparco, Carabinieri forestali e volontari, ha rilevato la presenza di un numero minimo di 636 camosci di cui 117 nativi. Le operazioni di monitoraggio vengono effettuate ogni anno nel Pnalm, attraverso conteggi in simultanea, che si svolgono in estate e in autunno, lungo 34 percorsi ripetuti su due giornate consecutive. Ulteriori osservazioni sono state effettuate a dicembre, dopo la caduta delle foglie, in un’area boscosa del Molise.

“Il monitoraggio del camoscio nel 2018 ci restituisce un dato sicuramente positivo nel numero complessivo – ha dichiarato il Presidente del Parco, Antonio Carrara – Una popolazione in leggera crescita, sostanzialmente stabile. Tuttavia, non bisogna abbassare la guardia sulla conservazione perché la distribuzione della popolazione, i tassi riproduttivi e gli indici di sopravvivenza meritano approfondimenti per fare le scelte gestionali più appropriate. Nel complesso la popolazione di camoscio appenninico gode buona salute”.

Il dato più significativo è dato dai branchi che si muovono prevalentemente nella zona del Marsicano e in misura minore delle Gravare che mostrano un tasso di accrescimento di tipo esponenziale altamente significativo. La presenza del camoscio è stata registrata anche sulle Mainarde Laziali, dove sono presenti branchi di femmine con i capretti, che da quest’anno vengono monitorati in maniera sistematica. Nella zona dei Meta-Tartari, invece, i dati sono contrastanti: il numero di animali contati è pari a 176 unità e la sopravvivenza al primo anno è del 64%. Ma la diminuzione dei nuovi nati è del 30%. I dati negativi sono stati registrati nelle aree di presenza storica, dove il numero di camosci osservati è al di sotto della media degli ultimi 10 anni.

“I dati finora raccolti ci indicano quanto sia stato estremamente importante, nella conservazione del camoscio appenninico, l’ampliamento del Parco che ha consentito l’espansione dell’areale e oggi registriamo uno spostamento baricentrico della popolazione di circa 4 Km verso sud rispetto agli anni ’90”, hanno spiegato gli operatori. I tassi di crescita della popolazione, che non sono percepibili nel breve periodo, sono stati determinati anche da altri fattori: i cambiamenti climatici, il disturbo legato alle attività turistico-ricreative, la promiscuità dei branchi con altri ungulati selvatici e domestici, invernate particolarmente rigide.

“Oggi, grazie alle operazioni di reintroduzione svolte a partire dagli anni ’90 dal Pnalm e successivamente anche dagli altri Parchi con il Progetto LIFE COORNATA, il camoscio appenninico è presente in 5 aree protette dell’Appennino centrale con una popolazione complessiva di circa 3000 individui. Un successo legato tutto ai Parchi Nazionali, alla lungimiranza del Pnalm e a quel piccolo nucleo di camosci scampato all’estinzione all’inizio del novecento”, hanno detto i coordinatori del monitoraggio.