Fino all’osso: l’anoressia raccontata in un film

Fino all'osso è un film in cui si racconta l'anoressia attraverso Ellen, protagonista indiscussa del film, che combatte contro l'anoressia da sempre. Ellen cade tante volte, ma decide di rialzarsi e riprendersi la sua vita.

Il coraggio è un pezzo di carbone che decidi di inghiottire ogni giorno“.

Molto spesso l’anoressia è sottovalutata, nonostante sia una delle malattie più comuni dell’ultimo ventennio. Essa rappresenta una vera e propria emergenza di salute per gli effetti devastanti che ha sulla vita di adolescenti e giovani adulti. Un allarme spesso sottovalutato dai mass media che trattano questi disturbi solo nel momento in cui non c’è più nulla da fare.

Un film molto significativo, che affronta in maniera lucida il tema dell’anoressia, è Fino all’osso, scritto e diretto da Marti Noxon. La protagonista è Ellen (Lily Collins), una giovanissima ragazza giunta quasi al limite delle sue forze, non abbastanza, né per combattere né per lasciarsi vincere. Ellen proviene da una famiglia atipica nella quale solo la sorellastra Kelly si rivela una figura positiva, complice nella lotta per la vita della sorella.

Ellen entra ed esce dalle cliniche senza risultato, finchè la ragazza, come ultimo tentativo, decide di farsi ricoverare in una casa per ragazzi anoressici, un progetto di semi auto gestione curato dal Dr. William Beckham, che ha un’idea di guarigione particolare: si può guarire con l’instaurarsi di relazioni autentiche fra ragazzi con gli stessi problemi, contando sul reciproco incoraggiamento. Ellen è ossessionata dall’avere tutto sotto controllo e nel percorso non è pronta a lasciar andare la sua anima anoressica che esprime artisticamente attraverso il disegno. Ad un certo punto, decide anche di andare via perché secondo lei non esiste speranza, non esiste via d’uscita, non esiste vita. L’unico modo è abbandonarsi, non lottare più e lasciarsi morire. Ecco che scappa e tocca il fondo, ma grazie a questo affossamento capisce che c’è una speranza, la speranza di meritare anche lei la sua vita.

Quando Ellen scappa dalla casa di cura e si reca dalla madre in campagna, la madre accoglie Ellen e comprende che ha smesso di lottare. Accetta la sua malattia, accetta Ellen per quella che è. Ad un certo punto la madre la culla e la nutre, così Ellen ritrova finalmente l’antica relazione perduta: il biberon è il seno della madre che rappresenta la relazione oggettuale. La prima in assoluto dalla quale avranno luogo tutte le altre e da cui avrà luogo un essere nuovo e autonomo. Alla fine del film, è come se si scoprisse che la “non fame” di Ellen nasconde un’immensa fame d’amore: la madre che aveva respinto la figlia si ricongiunge a lei, accettandola per quello che è. Ora Ellen è accudita e amata.

A questo punto lascia la casa materna e si avvia verso una collina ripida e rocciosa. Qui si accascia, si teme la morte, accasciata fa un sogno in cui lei è rinvigorita e bella e si osserva. La visione di sé splendente e sana lascia improvvisamente posto ad uno scheletro in terra. Nella visone gli appare Luke, un ragazzo della clinica-casa, innamorato di Ellen, che le dice di lottare. Ecco l’importanza delle relazioni sulle quali fa affidamento il dottore di Ellen. Apre gli occhi, le labbra sono secche, è a terra, ma è viva. Ellen è viva. Si alza e si incammina. Non è più indecisa tra la vita e la morte, decide di tornare nella casa-clinica e farsi curare, questa volta convinta, senza nessun dubbio.

È un film realistico, molto forte, che insegna come la vita sia un qualcosa di unico, da difendere con tutte le forza. Nessun fallimento deve costringerci a mollare.