Baby, la serie sulle Baby squillo: verità o stereotipi sugli adolescenti della “Roma bene”?

La serie che sta spopolando su Netflix, nelle ultime settimane, si ispira al fatto realmente accaduto dello scandalo delle baby squillo dei Parioli, raccontando la vita e le vicende di un gruppo di adolescenti romani e delle loro rispettive famiglie che vivono presso il noto quartiere romano. Il primo trailer è stato pubblicato il 28 settembre 2018. Ma non sono un po' troppi i pregiudizi che, dopo la vicenda delle baby Squillo, vengono affibbiati agli adolescenti del noto quartiere romano?

Se hai sedici anni e vivi nel quartiere più bello di Roma, sei fortunato. Il nostro è il migliore dei mondi possibili. Per quanto sia tutto così perfetto per sopravvivere abbiamo bisogno di una vita segreta“.

Questa è la frase con la quale inizia il primo episodio della serie in onda su Netflix. C’è Chiara, la classica brava ragazza, alla quale va stretta la routine familiare. C’è Ludovica che, al contrario, è la cattiva ragazza e poi c’è Damiano, il ragazzo di periferia sbarcato ai Parioli con il suo carico di marijuana. Sono loro i protagonisti di Baby, la serie che si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti nel 2013. La storia infatti è quella delle baby squillo dei Parioli, uno dei quartieri più esclusivi di Roma, ovvero di due 16enni alla ricerca di un po’ di brivido iniziano ad avere rapporti a pagamento con uomini molto più grandi di loro. Nel 2013, quando è accaduto lo scandalo delle Baby squillo, non esisteva nessun pregiudizio sulla realtà del ricco quartiere romano, o meglio non era venuto fuori quasi mai nessuno stereotipo. In realtà questa è solo l’ennesima forzatura di una serie che, minuto dopo minuto, si appiattisce incatenando un luogo comune dopo l’altro. Non è una serie morbosa, ma eccede in stereotipi sulla famiglia ricca e disfunzionale. I personaggi sembrano essere impostati, stereotipati ed egocentrici e sembrano addirittura distanti dai giovani di questa generazione, sia nei gesti che nelle parole prive di vitalità e energia. Le polemiche non hanno tardato: c’è stata addirittura una lettera ufficiale da parte di Lisa Thompson, vicepresidente del Centro nazionale per lo sfruttamento sessuale, che punta il dito contro la serie per l’idea stereotipata della prostituzione minorile che Baby, a suo dire, diffonderebbe. La sceneggiatura ricalca tutti gli stereotipi del mondo adolescenziale. Il Liceo Collodi, la versione romana dell’istituto Las Encinas visto in Elite, è il rifugio per i figli di papà che, nonostante provengano da famiglie facoltose, spesso non sono un modello di virtù. E così già nel primo episodio ci troviamo di fronte agli immancabili casi di bullismo e ai video a luci rosse diffusi sui social. I personaggi sono mostrati anche attraverso l’immagine che si creano sui social: stories di Instagram, Snapchat, chat di gruppo e playlist condivise che raccontano quel mondo adolescenziale in cui i cellulari sono un’estensione della persona.

Baby prova a raccontare il disagio adolescenziale, capace di sfociare in qualsiasi gesto di ribellione, prostituzione compresa. Chiara e Ludovica non si prostituiscono per soldi e neanche per il gusto di farlo, sono due ragazze che cercano l’attenzione dei loro genitori e che hanno solo bisogno di riuscire ad affermare la loro identità.

Il problema è che, come spesso accade e come è accaduto anche questa volta, si cade in stereotipi e pregiudizi che non fanno altro che mistificare il reale, dando un’immagine sbagliata degli adolescenti attuali, in questo caso degli adolescenti del noto quartiere romano e delle loro famiglie facoltose e ben conosciute in tutta la città. Vengono fuori madri assenti che ambiscono solo a salvare il buon nome della famiglia e padri senza attenzioni nei confronti della propria famiglia, figli compresi. Questa non è un’immagine conforme a quella che è la vera realtà.