Dalle feste in casa alla cocaina rosa: un baratro di soli 50 anni

Com'è cambiato il senso del divertimento in una breve conversazione con la giornalista campobassana Vittoria Todisco

vittoria todisco e mario ruzzi

Leggevo dei festini di Alberto Genovese a Milano: la cocaina rosa, i vip, le belle donne, i vassoi con gli stupefacenti serviti in sala, giochi di morte dietro l’uscio di casa… Quanto siamo caduti in basso. Siamo scesi nel baratro più profondo in così poco tempo. In soli cinquant’anni anni abbiamo stravolto il senso dello stare insieme, del divertimento, della corretta reciprocità. In solo mezzo secolo, che non è tanto.

Perché anche noi da ragazzi i festini li organizzavamo, eccome se li organizzavamo. Ma il nostro desiderio era ballare. Sempre e solo ballare. Si ballava nelle case, si ballava nei fondaci che qualcuno metteva a disposizione. Sale improvvisate ma sempre perfette. Era il tempo dei mobili bar, che avevano lo spazio per il giradischi. Era l’epoca del borotalco buttato per terra, che agevolava alcune danze e faceva anche cadere per terra: ma qual era il problema?

Ricordo un mio vicino di casa che era rimasto vedovo con 5 figli, poi si era risposato e ne aveva fatti altri 3. Papà facci ballare! Papà facci ballare! Era la richiesta continua dei suoi bambini. Così in quattro e quattr’otto si spostavano i letti della stanza più grande e si appoggiavano tutti al muro, si facevano scorrere mobili e suppellettili, si metteva la musica e si creava la desiderata sala da ballo. Ed era gioia.

Parlare con Vittoria Todisco anche solo per dieci minuti al telefono significa fare una dose di buonumore in salsa campobassana. La sua è un’ironia intrisa di amarezza per le vicende dure che la vita le ha messo e le mette oggi davanti, soprattutto con la pandemia che le sta portando via tanti amici. Ma è anche un sollazzo di termini, espressioni e detti in vernacolo che riescono a trasformare l’argomento più serio in genuini sprazzi di divertimento.

Vittoria, giornalista campobassana, categoria veterani del mestiere, è sempre stata così. In redazione l’ho conosciuta come quella che osserva e racconta gli angoli, i personaggi e gli eventi più curiosi della sua amata Campobasso. La città cui ha rivolto critiche schiette (talvolta anche troppo) ma anche e soprattutto amore assoluto. Le piace scrutare con curiosità i comportamenti, le abitudini particolari, i modi di essere di un popolo un po’ provinciale ma carico di cultura, di vissuto. Ed è nota per quelle espressioni tipiche dialettali, buttate al centro di un discorso in maniera assolutamente verace e inaspettata.

L’arte del ricordare è di per sé una piacevole attività. Ma in questo tempo di pandemia e distacco è diventata un collante necessario per non perdere l’abitudine di analizzare e raccontare il mondo. Soprattutto se la prudenza (è il caso di Vittoria) ti porta ridurre, se non eliminare, i contatti con la gente. E con le notizie che giungono dall’esterno il confronto tra generazioni, unito a sane riflessioni di chi l’attualità l’ha sempre messa nero su bianco, è assolutamente inevitabile. Oltre che interessante.

Abbiamo continuato a ballare insieme anche da grandi. Ricordo feste in cui qualche coppia aveva già i figli. Entrati in casa tutti appoggiavano i cappotti sul letto matrimoniale. I bambini giocavano per conto loro ma spesso, finite le energie, si addormentavano sullo stesso lettone. Così quando andavi a casa dovevi recuperare i vestiti in quel disordinato mucchio di panni e bambini. E dovevi stare pure attento a non farne cadere uno per terra…di bambino.

Il nostro divertimento preferito, il ballo, era assolutamente democratico – conclude la Todisco – Chiunque poteva organizzare una festa in casa. Cambiava la casa, quello sì. Cambiavano i metri quadri a disposizione, ma non era un problema: ci si stringeva con piacere. Quando capitavamo in una casa più borghese arrivava, graditissimo, qualche vassoio di dolcetti, qualche piccolo buffet pur sempre alla portata del tempo. Ma nelle case più comuni no, era diverso. Danzando danzando aumentava il languore e se qualcuno se ne andava prima la domanda era sempre la stessa: Ma mò te ne vuoi andà? Proprio mò che uscivano i panini?