Quello straordinario punto bianco nel buio

papa camminata roma

L’immagine è quanto di più eloquente: quel punto nel bianco sulla sinistra ci dice che la luce c’è. E che per trovarla dobbiamo guardare tutti nella stessa direzione. E’ lo spiraglio nel buio, è la speranza. Non vana, non semplicemente una chimera. Ma il punto fisso, univoco, cui rivolgere lo sguardo. Insieme. Tutti.

Dire che questo Papa è straordinario è ormai banale. Riesce a sconvolgere, a rivoluzionare i sistemi, con un gesto semplice, veloce, assolutamente alternativo. Com’era Cristo. Un grande alternativo. Io la leggo così.

Nei mesi scorsi, prima dell’emergenza Coronavirus, ci lamentavamo per le piazze vuote. Nonostante gli eventi, che si rivelavano continui fuochi di paglia. Vuote anche in paesi come il mio, Ripalimosani (CB), da sempre punto di riferimento di gente che a capannelli si ritrovava tutte le sere, soprattutto in estate, per non fare nulla di eccezionale. Obiettivo Stare Insieme. Collocarsi casualmente nella grande piazza piena. Parlare senza ordine del giorno. Senza un tutorial da seguire. Senza microfoni. Senza scaletta o ordine di interventi. Senza mangiare e bere. Con un solo scopo, anzi due: Stare Insieme.

Stare e Insieme. Stare, cioè fermarsi fisicamente, cioè non correre altrove col pensiero; quindi ascoltare, empatizzare nel bene e nel male, vivere l’altro. Insieme, cioè scarichi di un io prepotente che ha priorità sul tutto, abbandono nell’imprevedibilità dello scambio libero. Libero. Eccolo il concetto cruciale: oggi, per colpa del Covid-19, non siamo liberi. Liberi di uscire quando e come vogliamo, liberi di stare con chi ci pare. Ma è proprio così?

Mi faceva riflettere su tutto questo Massimo Recalcati con un articolo su Doppiozero (Una comunità di solitudini) in cui si chiede e ci chiede se in questi giorni, con l’isolamento forzato, stiamo davvero sperimentando l’assenza di libertà personale. O se piuttosto stiamo facendo un percorso per riacquistare gli aspetti più genuini e gratificanti della stessa libertà.

Lo vedremo. Lo vedremo. Ce lo diranno i nostri comportamenti dopo, comportamenti che già ora stanno cambiando. Valutavo il livello delle conversazioni sui social. Valutavo come stia avvenendo una forma di selezione naturale degli interventi inopportuni, come si stia abbassando il livello di tolleranza di fronte alla superficialità, all’odio gratuito, all’idiozia. Di quanto l’aspetto umano di ciascuno (al netto di esplosioni eccessive e finte) si stia lentamente facendo strada.

Ce lo diranno le nostre abitudini dopo la tempesta, ce lo dirà la piazza del mio paese, che così non piace a nessuno. Ma nessuno riesce a farla ripopolare. Il percorso è sempre lo stesso: è colpa del sindaco, del parroco, del vigile, dei negozi, dei giovani d’oggi, dei telefonini, della chiesa chiusa, dei parcheggi in doppia fila e vai con la fiera degli alibi…

Forse, ci fa notare Recalcati, è colpa della solitudine che ci portiamo dentro inconsapevolmente, da tempo. Di valori persi un po’ per strada. Di un’insidia lenta e penetrante come un Coronavirus: la convinzione di un io che può bastare a se stesso, che deve mantenere l’altro a debita distanza. “Questo virus ci insegna infatti l’insopprimibilità della relazione proprio in quanto ce ne priva; ci insegna la solidarietà isolandoci, mostrandoci che nessuno (nessuno! ndr) può salvarsi da solo“.