“ Comuni-care ”, quando stare in comunità è soprattutto stare in una relazione

incontro livre

Ilenia ha 15 anni, un burrascoso rapporto con la madre e per questo un giorno viene portata in comunità. Una comunità per bambini, ma nella quale l’adolescente si adatta molto bene, poiché tra i piccoli ospiti della casa famiglia ritrova la sua dimensione e la sua casa, quella nella quale aveva dovuto abbandonare troppo presto il suo ruolo di bambina per essere un’adolescente, ma a metà, ovvero una quindicenne alla quale mancava quel senso di sicurezza, che l’affetto e la protezione della sua famiglia le avevano negato, e che è la base per l’autonomia emotiva e pratica di una persona.  Tuttavia le istituzioni che seguono il suo caso non ritengono corretto che un’adolescente cresca tra i bambini, poiché è preferibile che stia tra i suoi pari. Ilenia si sente di nuovo sola, senza una casa e senza nessuno che abbia ascoltato le sue necessità. Le considerazioni generali fatte per il suo caso hanno prevalso sull’ascolto dei suoi bisogni, ovvero del bisogno di Ilenia di recuperare quel senso di protezione negatole nella relazione con la mamma, ma che la ragazza aveva ritrovato stando con i più piccoli.

carla costaSi apre così, con la storia di Ilenia, scandita dalla voce di Carla Costa, l’incontro di ieri tenutosi al Livre di Campobasso, promosso dalla comunità “Il Piccolo Principe” di Limosano, e dedicato alla presentazione del libro “ Comuni-care in comunità per minori ”, scritto a più mani da Paola Bastianoni, presente all’incontro, Monia Ciriello e Alessandro Maria Fucili. Un testo che è frutto del lavoro durato un anno e promosso dall’Università di Ferrara ma che ha coinvolto comunità di tutta Italia, tra cui anche quella di Limosano. Un testo che racconta storie e spaccati di vita reali di bambini, adolescenti ed educatori che vivono ogni giorno la realtà della comunità, ma che vuole aprire una nuova prospettiva della comunicazione nelle comunità per minori in cui l’aspetto relazionale sia centrale e in cui si affermi un modello di sviluppo basato su alcuni presupposti fondamentali: la stabilità delle relazioni, la centralità degli altri significativi e il mantenimento di un punto di equilibrio degli stessi educatori.

“Chi vuole riparare gli altri ha spesso la necessità di riparare se stesso”, afferma la professoressa Bastianoni, illustrando il progetto sotteso a “Comuni-care”, sottolineando come in tutto ciò la parola centrale sia “equilibrio”; un equilibrio che deve essere dinamico e sempre ridiscusso all’interno di quello che è stato definito come “ambiente terapeutico globale”. “Abbiamo realizzato un percorso formativo ad hoc per trasmettere tale modello educativo. Ne è nata una comunità virtuale di formazione, scambio e confronto tra vissuti e storie”, prosegue la professoressa Bastianoni che aggiunge “abbiamo cercato di costruire un modello di pensiero che non fosse legato solo ai sistemi tecnici o statistici, ma più centrato sulle relazioni e su un approccio individuale”.

Della stessa opinione Elvira Battista, della comunità “Il Piccolo Principe” di Limosano, che ha affermato “partecipare al tour sulle comunità ci ha permesso di correggere alcuni errori e con il confronto abbiamo compreso come risolvere alcuni problemi. Bisogna lavorare molto sul territorio per cambiare la cultura e la percezione di cosa siano l’affido e la casa famiglia attraverso il dialogo. Ci auspichiamo di coinvolgere anche altri attori in questo processo formativo, sperando in una maggiore condivisione degli obiettivi. Dobbiamo cercare di parlare tutti la stessa lingua. Le storie belle che abbiamo ascoltato e condiviso sono state uno stimolo ad impegnarci sempre di più”

marilinaStorie a lieto fine come quella di Marilina, una giovane e bella ragazza di 25 anni che ha raccontato in prima persona il suo vissuto in comunità. “Sono entrata in casa famiglia a 10 anni e ci sono rimasta fino a 17 anni. Sono stata fortunata ad avere al mio fianco degli educatori capaci che mi hanno fatto sentire di nuovo in una famiglia. Vivere in una comunità per minori è sicuramente un’esperienza che all’inizio spaventa, ti segna e ti insegna tante cose e credo che lasci qualcosa anche negli altri. Oggi a 25, con una laurea, ringrazio la comunità, Elvira, e la mia famiglia. L’augurio che faccio ai bambini è che abbiano sempre la possibilità di respirare l’aria di casa, di famiglia”.

Davvero parole toccanti e cariche di emozione quelle di Marilina, che ci spronano ad aprire gli occhi su queste realtà, abbandonando i pregiudizi e impegnandoci, anche come strumenti di informazione sul territorio, a raccontare le belle storie che si vivono nelle comunità e anche le loro difficoltà, senza slogan, ma con consapevolezza e dando loro l’importanza che meritano.