Smart working, lavorare da casa per l’azienda. Perché non decolla?

Il lavoro agile offre numerosi vantaggi per i datori di lavoro, ma in Italia fa fatica a spiccare il volo

196
ufficio in casa

Lara è da sei anni dipendente di una grande impresa di ristorazione che si trova al centro di Roma. Si occupa della contabilità e ogni giorno prende la metro per raggiungere l’ufficio, impiegando 40 minuti all’andata e 40 al ritorno. Da sei mesi però la sua organizzazione familiare è cambiata: ogni venerdì non deve più recarsi al lavoro ma deve lavorare da casa, concludendo tutte le pratiche che avrebbe concluso in ufficio.

Lei ne è entusiasta: “Anche se un solo giorno a settimana – ci dice – Per me è importantissimo. Riesco a portarmi avanti una serie di lavori casalinghi che mi permettono di vivere in maggiore serenità il fine settimana, ma al contempo riesco a concludere tutte le pratiche dell’ufficio. Ho inoltre spezzato la routine e adesso anche gli altri giorni mi sembrano più leggeri, dinamici e gradevoli”.

telelavoroAnche se parziale, l’azienda di Lara ha applicato un regime di smart working, che da maggio ha una normativa nazionale. Secondo il relativo Osservatorio oggi in Italia oltre 250mila persone ne fruiscono. Ma di che si tratta?

Lo smart working, in italiano lavoro agile, non ha al momento una definizione normativa, ma include tutte quelle forme di lavoro svolte fuori dall’ufficio. A sceglierlo nel nostro paese sono soprattutto le grandi aziende, che in genere realizzano appositi progetti, mentre le piccole o medie imprese restano ancora indietro. Perché?

Ne parliamo con Paola Pietrangelo, presidente della cooperativa Ares di Campobasso, capofila di “The Digital Workplace”, progetto europeo volto proprio alla diffusione dello smart working. Al progetto, uno dei tanti che da molti anni Ares porta avanti grazie all’intenso lavoro di giovani tecnici appassionati, partecipano illustri partner d’Europa tra cui la Tim e grandi aziende di telecomunicazioni europee.

“E’ un problema innanzitutto culturale – ci spiega Paola Pietrangelo (in foto) – perché i dati tecnici parlano chiaro: il lavoro agile conviene ai datori di lavoro. Organizzandosi per progetti e permettendo al lavoratore di portarli avanti come e dove crede, l’azienda risparmia nei costi e aumenta la soddisfazione del dipendente, incidendo, si sa, sul risultato”.

paola pietrangeloSì, il lavoro per progetti è legato al risultato, che è poi ciò che interessa maggiormente l’azienda. Ma convincere le aziende ad operare in questo modo non è semplice, soprattutto dove è ancora forte una mentalità legata al posto fisico di lavoro, al cartellino e al controllo del famoso gatto sui topi che altrimenti ballano.

“Il lavoro smart parte invece da un’idea di occupazione che punta al risultato, all’ottimizzazione delle risorse per raggiungere il traguardo migliore – ci spiega la Presidente Ares – D’altra parte non siamo tutti uguali nei tempi di realizzazione di un compito, né abbiamo tutti gli stessi ritmi di vita. Nel caso dello smart working l’elasticità organizzativa è determinante”.

“Oggi ho cambiato proprio il mio approccio al lavoro – conclude Lara – Mi piace di più e concludo la settimana con grinta invece che stanca. A casa mi sono attrezzata un angolo studio che mi permette una migliore concentrazione. Ho utilizzato anche un sistema smart per attrezzarlo, scegliendo da siti online le migliori proposte come avrebbe fatto l’azienda (personalmente mi sono rivolta al catalogo cartoleria per ufficio di Caprioli) e il lavoro lo sento più mio”.

Naturalmente il lavoro agile non si adatta a tutto e a tutti: ci sono mansioni che non è possibile decentrare così come ci sono molte persone che hanno bisogno di staccare dalla routine familiare e avere una sede esterna di lavoro.

“E’ qui che scatta il concetto di elasticità dello smart working – conclude la Pietrangelo – Non è una soluzione vincente a priori, ma un’opportunità che ogni azienda può cogliere valutando tutte le variabili del caso per ottimizzare i risultati. Ma per un cambio vero di mentalità abbiamo ancora un po’ di strada da fare”.