Fede e pandemia, “Dio scrive sempre dritto sulle righe storte”

Il parroco di San Giorgio e San Leonardo, don Luigi Di Nardo, racconta la missione del cattolicesimo durante la lunga quarantena tra fame di Dio e fame di cibo

E’ arrivato dall’oriente, dalla lontana Cina. Attraverso aerei, treni, autobus e metropolitane si è diffuso in tutto il mondo capovolgendone regole e stereotipi che sembravano consolidati. Un virus prima e una pandemia ‘glocale’ poi, che non ha lasciato scampo né alle metropoli, che hanno pagato spesso il prezzo più alto, né ai piccoli centri che non sono stati risparmiati dalla particolare virulenza del covid19. Una realtà senza precedenti, di fronte alla quale i governi hanno dovuto mettere sul campo misure estreme per evitare che il coronavirus continuasse a propagarsi alla velocità della luce e a mietere vittime come fosse una falce in un campo di grano. Chiuse le scuole, chiuse le fabbriche e i negozi, chiuse anche le chiese. Di tutto si può fare a meno. Di tutto si deve fare a meno. Mai prima d’ora una simile situazione. Una quarantena lunga circa due mesi, un distanziamento sociale forzato che ha trasformato anche la nostra fede. Della fede ai tempi del coronavirus ne parliamo con don Luigi Di Nardo, parroco di San Giorgio e San Leonardo, che ben conosce la realtà campobassana, in particolare quella del centro storico dove le restrizioni vengono vissute con maggiori difficoltà per l’alta percentuale di anziani che vive nel borgo vecchio e per le varie difficoltà economiche che molti residenti della zona si trovano ad affrontare e che la pandemia ha accentuato.

Mai prima d’ora, a memoria d’uomo, le chiese erano state chiuse. Mai prima d’ora ai fedeli era stato vietato di partecipare alla santa messa e di prendere l’eucarestia. Un tempo difficile anche per i credenti. 

L’emergenza sanitaria, a causa del coronavirus, ha costretto il popolo a limitare l’uscita dalle proprie case, se non per comprovate ragioni di lavoro e di necessità. Anche i fedeli sono stati sottoposti a queste restrizioni, perciò la Conferenza episcopale italiana ha emanato una serie di norme al fine di evitare le adunanze di popolo. Tuttavia è stata data facoltà di tenere aperte le chiese, laddove fosse possibile, per concedere la preghiera personale. A mio avviso tenere aperta la nostra chiesa di san Leonardo vuole essere segno di speranza e di abbraccio simbolico ai parrocchiani costretti a casa.

La pandemia ha disposto il distanziamento sociale che si è tradotto, inevitabilmente, anche nell’annullamento di riti e cerimonie religiose, la settimana santa in primis. Lei però ha mantenuto il contatto con i suoi fedeli attraverso le nuove tecnologie: messe in diretta e messaggi video, è stato faticoso riuscire a mantenere in piedi i rapporti?

No, non è stato faticoso. Qualcosa riesco a fare con le tecnologie moderne, anche con l’aiuto dei miei collaboratori. Tenere vivi i rapporti con i fedeli è alla base di ogni programma pastorale, anche in questo tempo difficile. Il mio intento è quello di mantenere solida l’edificazione comunitaria.

Fare oggi il pastore di anime è più complicato che in altri tempi. Oltre alla “lontananza”, quali sono le maggiori difficoltà?

Sì, è più che mai difficile. La società è cambiata, le nuove generazioni sovente sono lontane dalla fede. Ritengo tuttavia che fare il prete oggi significhi andare incontro ai bisogni della gente. E mi creda quanto più in questo tempo di distanza. Tante persone possono riscoprire la bellezza della vita e anche un senso religioso proprio con l’aiuto di un sacerdote che sappia essere vicino loro in tutti i modi possibili.

Ci sono state delle situazioni in questo lungo periodo di distanziamento sociale che l’hanno colpita particolarmente?

Sicuramente il dolore, quello che tutti hanno seguito dalle testimonianze in televisione. Ma personalmente quel grido di sofferenza che colgo nel rapporto con la mia gente. Non solo il bisogno di uscire presto da questa pandemia che fa paura, ma quello più incalzante di una crisi economica.

Per evitare contagi, sono stati annullati matrimoni, comunioni, battesimi e anche funerali. Secondo lei quanta tristezza c’è, per chi resta, nel privare il defunto dell’ultimo saluto cristiano?

Tantissima tristezza, lo vedo con i miei fedeli che sono stati raggiunti in questi giorni da un lutto. Eppure non ho fatto mancare loro la mia vicinanza, la mia preghiera, anche recarmi, con le dovute cautele, in casa del defunto per una benedizione ristoratrice.

Nel corso della settimana santa “partecipare” in diretta alla via Crucis in una piazza S. Pietro deserta, è stato come guardare un film di fantascienza, cosa si prova a dire messa ogni giorno per un popolo di fedeli che non c’è?

Papa Francesco sta dando un grande esempio di vicinanza, qual è pastore premuroso e solidale. A me dà tanta forza e mi spinge a cacciare tutte le mie forze per non arrestarmi di fronte a scene di solitudine mentre celebro Messa con la chiesa vuota di fedeli.

Prima che il Coronavirus prendesse piede, i preti cercavano di spingere i cristiani a far parte attivamente della vita della Santa Chiesa, secondo lei dopo questo lungo stop ci sarà una rinnovata vicinanza alla fede?

E’ una speranza. “Dio scrive sempre dritto sulle righe storte”, diceva uno storico tedesco W. Bousset. La fiducia di aprirsi anche alle meraviglie di Dio.

Lei pensa che questa pandemia possa insegnarci qualcosa?

Anche qui, una speranza. Intanto, vedo, allentamento della corsa frenetica contro ogni tempo, auspicio di voler “costruire case sulla roccia, non sulla sabbia” (cf Mt. 21, 24).

Il Santo Padre nella domenica della Divina Misericordia ha detto che non bisogna dimenticare chi è rimasto indietro. Chi resterà indietro quando il pericolo del contagio sarà affievolito?

Ah, naturalmente i poveri. Quelli che Madre Teresa di Calcutta chiamerebbe “i poveri più poveri”. Se prima di questa pandemia l’OCSE stimava in 5 milioni di italiani trovarsi in “povertà assoluta”, cioè non avere i mezzi sufficienti per vivere in dignità, molto probabilmente, dopo questa crisi sanitaria, la stima potrebbe aumentare. Ecco perché occorrono da subito drastiche misure di intervento da parte dello Stato, dell’Europa e dalla solidarietà collettiva.

Sempre il Santo Padre ha detto che peggiore del Covid-19 potrebbe essere il virus dell’indifferenza. Anche in una realtà piccola come Campobasso, si corre questo rischio?

Raul Follerau, sconvolto dalle miserie dell’umanità, diceva: “Amare non è dare, ma condividere”. Perché, al contrario, l’indifferenza uccide.

Qualcuno dei suoi fedeli durante questa pesante quarantena ha avuto modo di farle qualche particolare richiesta? Qualcuno le ha chiesto aiuto?

Oh, sì, molte richieste di aiuto, non solo in senso spirituale, ma materiale, concreto. Perciò la nostra Caritas parrocchiale non ha mai smesso di svolgere il suo ruolo con mirati interventi di sussidi economici e alimentari alle famiglie più bisognose.

Cosa le fa più paura di questa pandemia?

Sarei ipocrita se non dicessi subito il contagio. Dio ci aiuti a non ammalarci. Mi fa anche paura la superficialità di alcuni cittadini e quell’indifferenza che potrebbe incanalarsi in cuori più fragili.

Si potrà, secondo lei, prendere il meglio delle misure imposte per contenere il virus per trasformare la nostra vita? Da dove potrebbe iniziare ognuno di noi?

Mi auguro che le misure di restrizione imposte abbiano fatto ritrovare in molti il senso della famiglia e una nostalgia delle relazioni umane, dalle quali ripartirei dopo la fine di questa emergenza.