Vita più lunga per chi sa affrontarne le sfide

    Due studi dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Università dell’Insubria di Varese, mostrano che le persone con maggiore resilienza psicologica vivono di più e possibilmente anche meglio

    Chi tiene testa alle sfide della vita ha più possibilità di vivere a lungo e forse anche meglio. È questo il messaggio di due recenti studi scientifici italiani che hanno voluto capire quanto la resilienza psicologica sia in grado di impattare su una serie di parametri di salute ma soprattutto sulla nostra aspettativa di vita.

    Negli ultimi anni c’è stato un crescente interesse per il benessere psicologico delle persone, e in particolare su come lo stress possa negativamente compromettere la salute. In questi due studi, a firma dei ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con i colleghi dell’Università dell’Insubria di Varese, la prospettiva è ribaltata e i ricercatori si sono invece chiesti se una maggiore capacità di affrontare la vita possa rappresentare un vantaggio sul lungo termine. Sotto la lente degli scienziati è quindi finita la resilienza psicologica, cioè la capacità di fare fronte in maniera positiva a eventi traumatici.

    Per capirlo, i ricercatori hanno analizzato dati relativi a oltre 10mila persone reclutate nel più ampio Progetto Moli-sani, uno studio di popolazione svolto dall’IRCCS Neuromed in Molise dal 2005, che ha l’obiettivo di capire quanto i fattori di rischio/protezione genetici e ambientali possano giocare un ruolo nel miglioramento della salute e nell’insorgenza delle principali patologie croniche.

    “Abbiamo osservato – spiega Anwal Ghulam, medico e borsista di ricerca del Centro EPIMED dell’Università dell’Insubria, primo autore degli studi – che le persone che riportavano una maggiore resilienza psicologica al momento dell’ingresso nello studio avevano un rischio inferiore di morire prematuramente rispetto alle persone meno resilienti. Questo effetto protettivo si è visto soprattutto per un aspetto particolare della resilienza, legato all’accettazione positiva del cambiamento. In pratica, chi è capace di mettersi in gioco trae più benefici in termini di salute di quelli che invece fanno più fatica ad attarsi alle sfide che la vita pone quotidianamente”.

    Lo stesso team di ricerca si è concentrato anche sugli studi provenienti da altre parti del mondo, conducendo una revisione sistematica della letteratura e scoprendo che la resilienza può rivelarsi determinante anche per persone con patologie, come il diabete. Addirittura, in alcune condizioni, la resilienza può ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari.

    “La resilienza è un concetto complesso – commenta Licia Iacoviello, direttore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione di Neuromed e professore di Igiene e Sanità Pubblica all’Università dell’Insubria – anche perché il modo in cui le persone affrontano le difficoltà e i traumi della vita cambia in base all’età, al sesso, alla cultura e anche al momento specifico nella vita. Questo spiega anche l’apparente disomogeneità che abbiamo osservato nei risultati dei vari studi condotti a livello internazionale”.