Non c’è altra via contro le avversità della vita: combattere e guardare avanti. Godere della vita, sempre e nonostante tutto. E ridere, trovare ogni occasione per prendersi in giro, per sdrammatizzare.
Non sono belle parole buttate lì a caso. E’ il messaggio di Gabriella, giovane campobassana tetraplegica a causa di una malattia rarissima, praticamente sconosciuta, che un gruppo di scienziati bostoniani ha classificato come uno dei quattro casi al mondo.
Gabriella non muove un lato del corpo e fa fatica a parlare e camminare. Ma sorridere non le costa nulla, anzi, lo fa spesso. Anche quando mi racconta del calvario iniziato da piccola. “Avevo tre anni quando mia madre si accorse che non camminavo bene. Andammo a Roma, scoprirono una lesione al cervello e mi imbottirono di cortisone, non si poteva fare altro – mi racconta – Tornai a casa ma la cosa peggiorava, iniziò così il giro del mondo, grazie alla caparbietà di mia mamma…”.
Quella lesione inoperabile al ponte non solo non le permetteva uno sviluppo fisico completo, ma anni dopo le causò un cancro alla tiroide: “Avevo 14 anni – racconta ancora Gabriella – fui operata, feci radio e iodio 131 e superai tutto, ma il peggio doveva ancora arrivare. A 17 anni scoprimmo un timoma, un raro tumore del timo (piccolo organo situato dietro lo sterno); per fortuna non era invasivo e fu preso in tempo, ma il postoperatorio fu pesante e molto doloroso: superai anche quello”.
Un’esperienza dura che la portò a relativizzare tutto il resto: “L’intervento per la cisti al ginocchio che mi trovarono sei mesi dopo? Una cavolata: operata al mattino, al pomeriggio già cercavo di camminare…Da allora solo interventini sciocchi: fibromi e affini. Insomma – aggiunge ridendo – Tutti hanno il medico di fiducia, io ho il chirurgo di fiducia!”.
Un vero calvario che poteva schiacciarla, ma non è stato così: “Grazie al mio carattere e alla forza di chi mi sta vicino non mi sono mai arresa- dice ancora – Mi sono diplomata e poi ho preso due lauree: Scienze sociali e Scienze del Servizio sociale. Cerco di essere il più autonoma possibile e da due anni la mia vita brilla grazie al mio Giuseppe”.
Giuseppe è di Baranello, ha qualche anno in più di Gabriella; si sono conosciuti in chat, scherzando e ridendo. Prima di stare con lei era molto più timido e schivo, oggi si apre più volentieri agli altri ed è sicuramente più ottimista. Non è stato facile introdurre la presenza della sua ragazza nelle aspettative della famiglia tradizionale, ma il tempo e la determinazione della scelta hanno fatto la loro parte. “Comprendo perfettamente le paure di chi ci vuole bene – riconosce Giuseppe – Ma la mia scelta è questa e io sono felice di averla fatta. Non mi costa spingere la carrozzella o aiutarla a salire in auto, voglio stare con lei e faccio serenamente quel che c’è da fare”.
La disabilità potrebbe essere un limite, ma si supera se ci sono amore e volontà. D’altra parte i loro pensieri stanno altrove, i loro obiettivi sono chiari: mettere su famiglia e continuare a camminare insieme, con o senza carrozzella. “L’unico scoglio che oggi ci limita non è la sua disabilità – spiega Giuseppe – ma l’assenza di lavoro. Se non trovo un’occupazione come faccio a realizzare il nostro sogno? L’autonomia la dobbiamo conquistare sotto ogni aspetto: mica possiamo pensare ad un futuro dipendente dalle famiglie?”.
Certo, tanto coraggio e tanta determinazione da parte di entrambi andrebbero premiate con un lavoro. Gabriella nonostante una mente vivace deve condurre una vita equilibrata senza sforzi eccessivi, lui vorrebbe fare la sua parte e pensare economicamente ad entrambi. Ma non disperano, mai. “Impossibile essere pessimisti e lamentarsi con me vicino – dice Gabriella – La vita va vissuta col sorriso e noi due abbiamo tutti i motivi per farlo. Arriverà anche il sospirato lavoro!”.



















